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Tempo d’inverno: gennaio in Abruzzo

di Elisabetta Mancinelli

Il mese di gennaio è stato da sempre considerato dalla cultura contadina il tempo della famiglia, dei lavori domestici ma anche il tempo in cui , intorno al focolare, gli anziani ritrovano il loro ruolo di depositari di memorie e sapere antichi, narrando storie legate al mito ed alla fantasia mentre la neve e il gelo ricoprono i campi seminati.

L’iconografia tradizionale dei calendari scolpiti sui portali delle chiese, infatti, rappresenta Gennaio, il mese centrale dell’inverno, il più freddo, con l’immagine di un uomo seduto accanto al fuoco di un grande camino intento a girare uno spiedo di carne arrostita.

Il 17 di questo mese si festeggia in Abruzzo una delle figure principali della religiosità popolare della regione: Sant’Antonio Abate.

La festa, che è forse la più diffusa tra le classi rurali, pur con diverse espressioni, mantiene intatti i caratteri di una ritualità le cui origini sono molto più antiche dell'era cristiana.

Per le sue caratteristiche di particolarità e originalità è una delle manifestazioni più studiate dal punto di vista antropologico ed etnografico non solo dell’Abruzzo, ma dell’intero Meridione.

Questa ricorrenza apriva il ciclo dell'anno: un giorno fondamentale per il calendario contadino che indica oltre ai giorni anche le opere da compiere e i lavori da eseguire nelle campagne.

Lo spirito di questa antica festa, che si ricollega alle altre feste abruzzesi di fuochi invernali, prima o dopo il solstizio d'inverno, ancora vive e in alcuni centri riveste particolare importanza.

La vita di Sant’Antonio Abate

La leggenda e il culto di Sant’Antonio Abate sono tra i più antichi e radicati della religiosità popolare e fanno capo alla Vita scritta da Sant’Atanasio di Alessandria che era stato suo discepolo.

Antonio nato a Coma (odierna Qumans) in Egitto nel 251, conosciuto anche come Sant'Antonio il Grande, ma anche Sant'Antonio del Fuoco, del Deserto e l'Anacoreta, visse dapprima in una plaga deserta della Tebaide in Egitto e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni.

Morì ultracentenario il 17 gennaio del 356 in un convento della Tebaide.

Da qui qualche secolo dopo le reliquie furono traslate ad Alessandria quindi a Costantinopoli

Fu il santo delle tentazioni: il diavolo gli apparve in tutte le sembianze, angeliche, umane e bestiali.

Nell'iconografia è raffigurato infatti circondato da donne procaci simbolo delle tentazioni o animali domestici, il maiale, di cui è popolare protettore, ma compare anche con il bastone degli eremiti a forma di T, la ‘tau' ultima lettera dell'alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.

Il culto

Il suo culto fu tra i primi ad essere introdotto in Italia e in Abruzzo, grazie al diffondersi del monachesimo.

Fu però intorno all’anno mille che ebbe ampia diffusione tra il popolo, anche perché l’iconografia sacra rappresentava il santo accompagnato dal maiale che, secondo la tradizione orientale è il simbolo della lussuria e del demonio, e per la società agro-pastorale abruzzese tale immagine conferiva al santo proprietà agricolo- protettive, in quanto il maiale costituiva un insostituibile mezzo di sostentamento materiale per la famiglia contadina.

Al fianco del santo si raffigurano pure altri animali (bovini, ovini, equini, polli, cani) indispensabili all’uomo per le fatiche del lavoro quotidiano e per i bisogni alimentari; sant’Antonio divenne, così, il protettore degli animali.

Altra caratteristica iconografica è la fiamma ardente nel palmo della mano, simboleggiante il fuoco dell’inferno.

Nel giorno dedicato al santo o in quello della vigilia, si benedice il bestiame davanti ai sagrati delle chiese e vengono accesi enormi fuochi in suo onore.

Le celebrazioni in suo onore

Tanti piccoli centri della nostra regione, in occasione di questa ricorrenza, si animano e la gente del luogo prepara mucchi di legna o colonne di canne che, una volta accese, rischiarano borghi e piazze.

I "fuochi di Sant'Antonio costituiscono l’elemento tradizionale e fondamentale della festa del Santo, riconosciuto come colui che vinse i diavoli e le fiamme dell'inferno.

A Pratola Peligna la tradizione vuole che la sera del 16 di gennaio, si svolga una "rappresentazione in costumi caratteristici" con Sant’Antonio e il diavolo, impersonati da due confratelli della SS. Trinità, accompagnati da musicanti che cantano la vita, le tentazioni e i miracoli del santo e girano per le vie del paese fino a tarda notte.

Il 17 gennaio nel paese permane l’antica usanza benedire gli animali; dopo la funzione della santa messa, presso la chiesa della SS. Trinità, la statua del santo viene portata in processione fino a piazza Garibaldi nel centro del paese, dove il Parroco impartisce la sua benedizione ad un colorato corteo composto da animali domestici: cani, gatti, galline, oche, cavalli, pappagallini; e pittoreschi carri agricoli: trattori. tutti inghirlandati con nastri colorati, e grossi ciambellani di pan salato.

Anticamente il parroco benediceva asini, muli, cavalli, buoi, vitelli, branchi di pecore e capre.

Gli animali ripuliti e ornati con bardature fiammeggianti sfilavano. davanti al sacerdote benedicente accompagnati dai loro padroni, anch'essi vestiti a festa.

A Collelongo il Santo eremita è festeggiato con una serie di cerimonie il cui elemento principale è il cibo.

La sera della vigilia del 16 gennaio, sette famiglie del paese, per assolvere un voto, o per esternare la propria devozione al Santo, pongono sul fuoco un grosso caldaio di rame, detto in dialetto locale “cottora”, in cui pongono a bollire grosse quantità di granturco, precedentemente tenuto in ammollo.

Poiché i chicchi cuocendo si gonfiano, la minestra che se ne ricava è chiamata dei cicerocchi.

Il locale in cui arde la cottora è predisposto per accogliere la visita di parenti e amici, ed è addobbato con lunghe file di aranci, cestine di uova, frutta secca, in mezzo a cui troneggia un quadro di Sant'Antonio Abate.

L'operazione di bollitura ha inizio con la benedizione del parroco, che deve provvedere a recarsi presso ciascuna delle famiglie che partecipa al rito, e continua tra i canti e le preghiere degli astanti che si alternano nel compito di rigirare il granturco nel paiolo per mezzo di un lungo cucchiaione di legno, in quanto l'operazione è ritenuta foriera di prosperità e benessere.

Chiunque giunge a visitare la ‘cottora’ viene accolto festosamente e riceve un complimento a base di vino e dolci.

L'ospite, dal canto suo, si avvicina alla cottora e ne gira il contenuto recitando parole di augurio e di devozione.

In questo modo si trascorre tutta la notte, mentre compagnie di questua, accompagnandosi con vari strumenti popolari, tra cui non mancano le zampogne, cantano l'Orazione di Sant'Antonio in cui si narrano la vita, le tentazioni ed i miracoli dell'eremita egiziano.

Di fronte alla chiesa parrocchiale, in un'antica cappella della quale è conservata una preziosa statua di pietra raffigurante Sant'Antonio Abate che, per l'occasione, è anch'essa decorata di agrumi, frutta e uova, i giovani accendono una grande catasta di legna, punto di riferimento delle compagnie e dei devoti che vi si ritrovano intorno per cantare le lodi al santo e passare la notte in allegria.

Alle prime luci dell'alba inizia la distribuzione dei cicerocchi.

Una lunga fila di ragazze, reggendo sulla testa conche di rame addobbate di fiori e di nastri, si reca in chiesa per offrire al santo una grande quantità di cicerocchi, che poi vengono consumati per devozione dai fedeli.

La festa continua per tutto il giorno con cerimonie religiose e popolari in onore del Santo.

Anche a Fontecchio permane l’antica consuetudine per la festa di Sant’Antonio Abate, di distribuire alle famiglie del “pane benedetto“ e del “lummitto“ di maiale, che conserva simbolicamente  il senso di solidarietà sociale e appartenenza comune tra tutti gli abitanti del paese.

La mattina del 17 ha luogo una processione religiosa e, durante il pomeriggio, carri allegorici procedono per le strade: maschere con le corna, che rappresentano i diavoli tentatori del santo, si aggirano per il paese secondo la tradizione che vuole che, nella solitudine del deserto, egli fosse tentato più volte da Satana che gli si presentò sotto varie forme e sembianze.

Il corteo si scioglie a Piazza del Popolo dove enormi cataste di legno: “I fuochi” “ focaroni” o “ focaroni” vengono accesi per scaldare e illuminare gli astanti.

Nella provincia di Chieti a Fara Filiorum Petri, centro storico di origini longobarde che conserva ancora intatti molti edifici antichi, si celebra la festa tradizionale delle farchie proprio in occasione della ricorrenza di Sant'Antonio Abate, il 17 gennaio.

Gli abitanti del paese festeggiano dando fuoco alle farchie: enormi fasci di canne con una circonferenza di oltre un metro e un'altezza che a volte supera anche i dieci.

Esse devono il loro nome alla parola di origine araba afaca, ossia torcia.

L'uso del fuoco come elemento simbolico nei riti legati al culto di Sant'Antonio Abate è comune in tutto il Mediterraneo, ma le farchie di Fara si distinguono per l'imponenza delle costruzioni, per la grande partecipazione di popolo che accorre ad assistere alla manifestazione e per il loro numero che corrisponde a quello delle dodici contrade in cui si divide il paese.

Il 17 gennaio si festeggia Sant’Antonio Abate anche in varie località della provincia di Teramo.

Le feste religiose che nella zona celebrano il Santo sono legate a fatti riportati da antiche leggende medioevali, in particolare quelle del “fuoco sacro” e del “maialino”.

Secondo la prima il Santo, considerato guaritore dell’herpes zoster, chiamato anche “fuoco di Sant’Antonio”, vittorioso sulle fiamme dell’inferno, viene ricordato in alcuni paesi del teramano: Tossicia, Arsita, Bisenti, bruciando cataste di legna sul sagrato delle chiese.

Sul maialino esistono due leggende, una secondo cui il Santo lotta con il demonio che, sconfitto, viene trasformato in un maialino, l’altra riguarda la guarigione attuata dal Santo su di un maialino che poi lo seguirà ovunque.

A Cermignano, antico borgo medioevale nella valle del Fino, la festa di Sant’Antonio è celebrata con la sagra dei “canti di questua”, che rappresentano le lotte tra il Santo e il demonio.

In questa occasione si beve il vino Montonico, tipico della zona, si mangiano salsicce arrostite e gli uccelletti di Sant’Antonio, dolci tipici da inzuppare nel vino caldo.

XXDurante il periodo di Sant'Antonio Abate è frequente, soprattutto nell'Abruzzo interno, l'organizzazione della panarda: una originale cena devozionale costituita da almeno 36 piatti che alcune famiglie del paese, i panardieri, dedicano ogni anno al Santo la sera del 16 gennaio e che dura fino all’alba del 17, quando si mettono a cuocere nelle “cottore” le fave che saranno distribuite con la panetta di Sant’Antonio, per tutto il paese.

Il termine “ panarda” deriva probabilmente da "panaro", il grande cesto di vimini usato per trasportare pane, formaggi, salumi, e comunque sinonimo di abbondanza.

I documenti sono tratti dall’Archivio di Stato, da “ L’Acqua nuova” di Maria Concetta Nicolai; da “Folklore abruzzese” Lia Giancristofaro. Le immagini sono tratte dal patrimonio fotografico di Tonino Tucci che ne autorizza la pubblicazione. Indirizzo: Via Veneto 10 Montesilvano tel 085 834879  email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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