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Raccontati da Gabriele D’Annunzio

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli  email  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il sogno, il gioco ,la fabulazione  hanno  da sempre avuto  una funzione  molto importante per il mantenimento  dell’equilibrio  mentale dell’uomo e gli  abruzzesi  di un tempo  conoscevano bene la grande valenza  dei miti e delle tradizioni.

Gabriele D’Annunzio in alcune pagine del “Trionfo della morte” tratteggia alcuni miti e tradizioni del vecchio Abruzzo spesso ancora sopravviventi, come quelle dei serpari a Cocullo, l’Orma di Sansone a Lettopalena e Taranta Peligna, del bue della festa di San Zopito a Loreto Aprutino e della gara del solco a Rocca di Mezzo.

In  questi riti, simboli, e divinità pagane convivono in commistione con il cristianesimo.

In essi predomina il culto pagano  della “grande genitrice terra”, una  divinità panica che presiede alla nascita, alla morte, al matrimonio, alla fecondità, al lavoro ed al dolore dell’uomo.

La sua terra e la sua gente gli apparivano transfigurate, sollevate fuori del tempo, con un aspetto leggendario e formidabile, grave di cose misteriose ed eterne e senza nome.

Una montagna sorgeva dal centro, come un immenso ceppo originale, in forma d'una mammella, ricoperta di nevi perpetue; e bagnava le coste falcate e i promontori sacri all'olivo un mare mutevole e triste su cui le vele portavano i colori del lutto e della fiamma.

Vie larghe come fiumi, verdeggianti d' erbe e sparse di macigni e qua e là segnate d'orme gigantesche, discendevano per le alture conducendo ai piani le migrazioni delle greggi.

Così scrive il poeta Gabriele D’Annunzio in modo oltremodo suggestivo  alludendo ai riti della sua terra:

“Riti di religioni  morte e obliate vi sopravvivevano, simboli incomprensibili di potenze da tempo decadute vi rimanevano intatti, usi di popoli primitivi per sempre scomparsi vi persistevano trasmessi di generazione in generazione senza mutamento….

Passavano  lunghe file di cavalli carichi di frumento e i devoti cavalcavano le some , con serti di spighe in capo e deponevano ai piedi di una statua i doni di cereali.

Le giovinette, con in capo canestre di grano, conducevano per le vie un’asina che portava sulla groppa una maggiore canestra ed andavano all’altare, per l’offerta, cantando.

Gli uomini e i fanciulli, coronati di rose e di bacche rosse, salivano in pellegrinaggio a una rupe dov’era stampata l’orma di Sansone.

Un bue candido, impinguato per un anno, coperto  d’una gualdrappa vermiglia, cavalcato da un fanciullo, procedeva in pompa tra gli stendardi e i ceri; s’inginocchiava sul limitare del tempio tra il plauso del popolo, giunto nel mezzo della navata, mandava fuori gli escrementi del cibo e i devoti da quella materia fumante traevano gli auspici per l’agricoltura.

In festa le popolazioni fluviali si cingevano il capo di vitalbe e nella notte passavano l’acqua con canti e con suoni, portando in pugno ramoscelli.

Le vergini all’alba nelle praterie, per voto si lavavano le mani, i piedi e il viso nella rugiada novella.

Ai monti, ai piani, il primo sole della primavera era salutato con antichi inni con fragore di metalli percossi, con grida e danze.

Cercavano gli uomini, le donne e i fanciulli per tutta la campagna le prime serpi escite dal letargo; le afferravano vive e ne cingevano  il collo e le braccia per presentarsi  così cinti al patrono che li rendeva immuni  dai morsi velenosi.

Giù per le colline solatie  i giovani aratori con i bovi aggiogati, al cospetto dei loro vecchi, gareggiavano a compiere il più diritto solco dalla cima al piano sottostante  e i giudici decretavano il premio al vittorioso mentre il padre in lacrime apriva le braccia al figliuol  degno..

Le donne del parentado convenivano alla  casa della sposa novella portando sul capo  un canestro di grano e sul grano un pane e sul pane un fiore; entravano ad una ad una  e spargevano un pugno di quel frumento augurale su i capelli.

A piè del letto di un moribondo, quando si prolungava l’agonia, due consanguinei deponevano un aratro che aveva virtù d’interrompere lo strazio affrettando la morte

Una foglia impressa sul braccio nudo rivelava l’amore o il disamore: le catene del camino gittate su la via  scongiuravano l’uragano imminente, un mortaio posto sul davanzale richiamava i colombi smarriti; un cuore di rondine ingoiato comunicava la saggezza.

Uomini e donne esprimevano di continuo la loro anima col canto , accompagnavano col canto tutte le loro opere al chiuso e all’aperto, celebravano col canto la vita e la morte.

Intorno alle culle e intorno alle bare ondeggiavano le melopee lente e iterate, antichissime”

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