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Le tradizioni di fine anno non si cancellano mai

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

In Abruzzo fino a qualche ventennio fa un miscuglio di tradizioni cristiane e pagane: pastorali, zampogne, cornamuse, dolci e pietanze varie, erano la cornice che conferiva suggestione e mistero al periodo tra Natale e Capodanno.

In questi magici giorni si respirava aria di festa nei paesini posti sui cocuzzoli e tra i monti silenziosi che custodivano costumi e credenze che purtroppo sono in gran parte scomparsi.

Un tempo nell’aquilano allo spegnersi del giorno gli animali percorrevano placidi le strade innevate, mentre per i maiali iniziava spietato lo sterminio.

Erano gli ultimi momenti dell’anno che moriva.

La sera di San Silvestro nella chiesa parrocchiale dalle Congreghe, saliva il canto del “Te Deum”.

Nelle famiglie si preparava il cenone con carne di “porcu” perché, come si credeva da vivo, spingendo in avanti la terra che muove, porta fortuna, al contrario del pollo che ruspando manda indietro ciò che “sgarruzza”.

Un po’ dappertutto nella regione ma soprattutto nell’aquilano, la sera dell’ultimo giorno dell’anno festose brigate di ragazzi andavano a cantare gli auguri sotto le case chiedendo in cambio dei regali e, se essi venivano rifiutati, gli auguri si trasformavano in scherzose imprecazioni.

A Pescocostanzo, la mattina del primo giorno dell’anno gli amici più mattinieri andavano a svegliare i più pigri chiedendo loro una mancia.

Vigeva la credenza che ‘quel che se fa a Capodanno se fa tuttu j’annu’ per dirla in dialetto aquilano; per cui in tale giorno bisognava evitare ciò ch’è male: piangere, bisticciarsi, adirarsi e fare il maggior numero di cose possibili.

Sempre in occasione del Capodanno le figlie maritate o lontane tornavano alla casa materna perché“ a Capodanno ogni figlia revà alla mamma”.

Le ragazze, scese con la conca ad attingere acqua alle fontanelle, accettavano un po’ schizzinose i doni dei morosi, anellini, torrone, ricambiando con sciarpe fatte a mano, canestrelle di amaretti per dire che l’amore è “frizzicarello” dolce ma anche amaro

L’antico cenone di San Silvestro

Nelle famiglie si preparava il cenone prevalentemente con carne di “porcu” perché, come si credeva da vivo , spingendo in avanti la terra che muove, porta fortuna al contrario del pollo che ruspando manda indietro ciò che “sgarruzza .

Sovente le scarse disponibilità economiche non permettevano l’acquisto di carne pregiata  sicché si ripiegava su quella di coniglio, di agnello o di pecora  considerate di scarso pregio.

Sotto la “ bronza” del camino e nei forni si cuocevano le “rape rosce”.

Si consumavano le ultime “appese di strutto” per preparare” ji fritteji” ripieni di fichi secchi, cotognata, marmellata.

I fritti venivano apparecchiati nelle zuppiere di coccio , ma prima erano stesi nei “capisteri” per dolcificarli col miele e spolverati con lo zucchero.

Contorno prelibato erano “i cavoli strascinati” ripassati con l’uvetta secca passita .

La frutta era costituita da spicchi di mela seccati al sole chiamati “spaccarelle di sorbe”, spicchi di mela seccati al sole e qualche “portugallo”.

Un’altra portata era “la cicerchia” ma su tutte le mense non mancavano mai “le lenticchie colla salsiccia o ju zamponu” poiché si diceva “Se te magni le lenticchie a Capodannu, conti ji sordi tuttu jannu”.

I fagioli “la carne dei poveri “, cucinati in bianco e insieme ai ceci venivano serviti con il baccalà in umido o fritto.

Le antiche usanze e credenze popolari

Dopo il cenone si usciva fuori al fresco a fumare il sigaro toscano o la sigaretta fatta con il trinciato”forte” che ammazzava sette spiriti e si usava orinare sull’anno vecchio, non si spazzava la casa sino al 2 gennaio per non scacciare le anime benedette tornate in spirito a festeggiare, ma soprattutto per non scacciare “sgarrire” la fortuna.

In cucina intanto si riattizzava il fuoco con la legna stagionata di acero dal cui scintillio si traevano auspici: se salivano dritte nel camino era “bona ventura”, se scoppiettavano verso l’interno “difficoltà” se il legno “soffiava”, erano le malelingue che bruciavano.

Alla mezzanotte le vecchiette rigiravano il fuoco negli “scallini” per dire che avevano ancora calore e tutti brindavano con bicchieri colmi di vino e rosicchiavano ceci “abbruscati” e fichi secchi.

Poi prima  di coricarsi si spazzava dalla neve la soglia dell’uscio perché il nuovo anno entrasse benvenuto in casa.

Gli auguri di Capodanno erano dati da frotte di ragazzi vispi e saltellanti che la mattina del primo dell’anno bussavano rumorosamente più volte agitando i battenti dei portoni, chiedendo un omaggio di leccornie : la cosiddetta “ sandalivecchia”: un miscuglio fatto con grasso di ventresca, lenticchie simboleggianti la prosperità, i ceci la laboriosità e le castagne l’abbondanza.

I ragazzi in cantilena così cantavano:

“Se me dà la la Sandalivecchia

Ddio te remerita e sé fa festa

Ma se nò la vvu ddà

Que te se pozza fracidà”

Il pomeriggio del giorno di Capodanno si organizzavano “ricreazioni” nelle stallette dove si offriva una pizza nella cui pasta era stata introdotta una monetina che avrebbe portato fortuna a chi l’avrebbe trovata.

Le ragazze su di un vassoio distribuivano insieme a pezzi di torrone, ferratelle e amaretti consumati insieme al vinello.

Poi la coppia più anziana apriva il ballo e volteggiava nel cerchio dei presenti, nessuno, se richiesto, poteva negare un giro di danza agli intervenuti.

Tutti saltellavano al suono della fisarmonica accompagnata dal tamburello.

Le ragazze danzavano nelle lunghe gonne danzavano dritte come fusi con i corpetti di raso tenuti rigidi dalle stecche d’osso di balena.

I visi erano chiusi nei fazzoletti ricamati a fiorellini gialli e rossi che si annodavano dietro la nuca da cui uscivano i “tuppi” dei capelli fermati con le forcine e i pettinini luccicanti di brillantini di vetro colorato .

Ballavano a turno anche i ragazzi in pantaloncini corti e scarponcini lucidati con lo strutto.

Per accomiatarsi dal vecchio anno, che se ne andava al di là dei monti, si festeggiava con rumorosità e tutti salutavano col bicchiere di vino in mano il neonato nuovo anno che, emanando i primi vagiti, suscitava anche apprensione per il futuro.