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La morte reale del poeta avvenne martedì 1° marzo 1938 alle 20,05

di Elisabetta Mancinelli

Secondo il certificato medico redatto dal dott. Alberto Cesari, primario dell'Ospedale di Salò e dal medico curante del Poeta il decesso fu causato da una emorragia cerebrale.

Ma come intorno alla sua nascita, il Vate volle dare alla sua dipartita un alone misterioso e fantastico. 

Le morti intermedie e soggettive che visse, costellano la sua vita sin dalla gioventù.

Gli annunci di morte:

Nel novembre del 1880, a soli diciassette anni, scrive alla Gazzetta della domenica di Firenze una cartolina a firma G. Rutini in cui annuncia: «il giovane poeta, già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso su questo giornale, è morto, cadendo da cavallo sulla strada di Francavilla».

Naturalmente fu lo stesso poeta, dopo che i suoi si erano meravigliati per le condoglianze che andavano ricevendo, a smentire la falsa notizia.

Questo immaginare, vagheggiare la scomparsa del corpo fisico tornerà spesso nella sua esistenza.

Qualche decennio più tardi, all’inizio del ‘900, costretto a letto e con un occhio bendato, circostanza che si ripeterà altre volte nella sua vita, a causa di una palla di neve tiratagli dalla nipote di Lady Hamilton, dichiarò di sapere che sarebbe morto tra il 1905 ed il 1906.

L’anno dopo il 28 agosto 1907, il Mattino di Napoli, in occasione della Coppa Florio organizzata a Brescia, scriveva: «Gabriele D’Annunzio corre a 120 all’ora perché una fattucchiera gli ha predetto con certezza che non morirà prima del 1909, per colpa di una pugnalata al cuore.

Il poeta conosce il giorno e l’ora esatti del suo decesso».        

E Ancora, nel 1908, mentre viveva nella villa: «La Versiliana», annunciò ai parenti la sua morte per il 17 aprile di quello stesso anno: lo aveva detto una maga fiorentina.

Numerosi altri accenni alla morte cospargono le sue memorie, così come le sue opere: Il Libro Segreto, Il Trionfo della morte,

La Contemplazione della morte, in cui annuncia una profezia che egli desidera   si avveri.  Una morte annunciata dunque sino agli ultimi mesi prima di morire realmente, come quando scrive all’amico Maroni nel luglio del 1937: «Tu sai, tu indovini, che io sono in punto di morte», o ancora, nel febbraio 1938 a Tom Antongini biografo e amico del poeta «Credo che sono morto come il cavalier Baiardo all’assedio di Brescia… L’anniversario cadrà poco prima del mio marzo funebre».

Poi nel 1937 Gabriele D’Annunzio nella sua ultima opera il Libro Segreto così confessa:

«Sono in una notte di tregua, disceso dalla mia officina, più scorato che stanco; perché quando in un’ora di grazia io sento di aver discoperto per pochi attimi il volto della bellezza e di averle rapito alcun lineamento e trasposto per pochi attimi o per i volubili secoli, perché ho sempre il desiderio di annientarmi, di dissolvermi?».

 Il «marzo funebre» arriverà il 1° marzo dell’anno successivo quando una emorragia celebrale stroncherà il poeta che fu trovato col capo chino sul suo scrittoio nella Zambracca, la stanza che usava al Vittoriale per comporre i suoi poemi e con il dito ad indicare la data cerchiata di rosso del lunario Barbanera che prevedeva per quel giorno «la morte di un italiano illustre»

Le morti soggettive

Tre sono le morti «soggettive» specificate dal Vate prima di quella «eterna».

La “prima” ce la descrive così nell’incipit de “Il libro segreto, cento e cento pagine del poeta tentato di morire”: «nel nascere io fui come imbavagliato dalla morte; sicché non diedi grido, né avrei potuto trarre il primo respiro a vivere, se mani esperte e pronte non avessero rotto i nodi e lacerata quella specie di tonaca spegnitrice.              

Di poi, nei primi anni dell’infanzia portai al collo, chiusa entro un breve, quella ligatura insolita che l’antichissima superstizione della mia gente reputava propizia».

Anche il passaggio dalla giovinezza alla maturità è vissuto da D’Annunzio come una «seconda morte». In Esequie della giovinezza così dice. «da che lotto e soffro non mi sono mai sentito morire come oggi.

Mi sembra di avere alla punta del cuore quel piccolo varco onde gemono le gocciole eguali della clessidra funebre…”

La “terza morte” soggettiva: il Volo dell’Arcangelo si riferisce all’episodio occorsogli nel 1922, il 13 di agosto, quando D’Annunzio cadde da una finestra della Stanza della musica al Vittoriale, battendo il capo su una pietra sottostante rimanendo in coma, tra la vita e la morte, per dodici giorni.

La dinamica della caduta è piuttosto oscura, essendo legata ad un corteggiamento 

del Poeta nei confronti di Jole, violinista stimata, ma soprattutto sorella di Luisa Baccara, sua amante del momento: sembra ad un certo punto che Jole, nella foga di svincolarsi dall’abbraccio del Vate, lo abbia inavvertitamente spinto di sotto.   

Risvegliatosi dal coma scrive questi versi visionari: «io sono Gabriele che mi presento agli dei, fra alati fratelli il più veggente alunno della divinità romana Postvorta, sacerdote dell’arcano e del divino, interprete dell’umana demenza, volatore caduto dall’alto, principe ed indovino”.

Altre ipotesi di morte

Ma anche il suicidio è stata ipotizzato come causa di morte del poeta e trattato da diversi studiosi, tra questi Attilio Mazza nel libro: "D'Annunzio Sciamano" e Antonio Bortolotti in “Le medicine di D’Annunzio”. 

Attilio Mazza, si sofferma sull’enigma della morte del Poeta, mentre Antonio Bortolotti, cataloga accuratamente i medicinali e i prodotti affini rinvenuti nello scaffale della Zambracca.

 Lo stesso Vate più volte nei suoi scritti accenna al suicidio, ritenendosi ormai vittima dell’esosa vecchiaia, come accennato nel "Libro Segreto". 

Inoltre, in una lettera, rinvenuta tra gli scritti inediti (1937) indirizzati a Ines Pradella, confidava di patire di "quegli effetti di malinconia mortale che mi fanno temere di me, perché è predestinato che io mi uccida".

E l'anno successivo in una lettera indirizzata alla moglie Maria Hardouin dei duchi di Gallese, confermava il proposito suicida.

Giordano Bruno Guerri, attuale direttore della Fondazione del Vittoriale, nella sua biografia “D’annunzio l’amante guerriero”, considera anche l’ipotesi di un complotto.      La sua ostilità nei confronti della Germania, era nota anche ai tedeschi, tanto che ne è nata un’ipotesi suggestiva.

“Si tratta dello strano trasferimento di Emy Heufler, la cameriera tuttofare di Gabriele, che alla sua morte passò al servizio di Joachim von Ribbentrop, il ministro degli esteri nazista: una coincidenza tanto sorprendente da far pensare che Emy fosse un agente segreto. 

La sua missione sarebbe stata accelerare la fine di un uomo che, seppur privo di effettivi poteri politici, poteva rappresentare un ostacolo per l’alleanza con l’Italia. 

La Heufler avrebbe dunque somministrato a Gabriele veleno invece che medicina, e soprattutto avrebbe accresciuto la sua già penosa dipendenza dalla cocaina”.

Il Libro segreto scritto nel 1935 nel Vittoriale   è l’ultima fatica del Poeta, una sorta di diario autobiografico attraversato da  memorie, simboli, intuizioni poetiche, immagini letterarie, deliri mistici. 

L'opera è alternata in parti di prosa e di versi, ed è divisa in due parti: La Via Crucis, e la seconda Del Libro segreto.

Nella prima il poeta evoca il periodo della gioventù abruzzese a Pescara quando svenne per l’estasi in una chiesa piena di crocefissi analizzando il tema della morte che è onnipresente in tutta l’opera. 

Nella seconda parte invece d'Annunzio tenta di offrire un ritratto sincero della propria personalità, ormai consumata dalla vecchiaia e dal senso della morte imminente. La prosa risulta frammentata e confusa, quasi ad arrivare all'aforisma.

Vedi anche: Gabriele D'Annunzio a 150 anni dalla nascita