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In “Il pallone e il Delfino” tutti i biancazzurri, dalla Puritas fino all’ultima serie A

di Elisabetta Mancinelli

Pescara che ama specchiarsi. Pescara accogliente. Pescara che ama la condivisione e l’ospitalità. Pescara alla continua ricerca del bello.

Pescara e la sua “eterna corsa in avanti”. Pescara città meticcia con tante anime. Pescara che è una, anzi due, e sa mettere insieme tutte le sue anime quando il pallone prende traiettorie giuste in direzione serie A. Allora Pescara si riconosce e fa festa.

“Il pallone e il Delfino. Storia sociale tra d’Annunzio e Flaiano per gli 80 anni del Pescara Calcio” (Epigrafia editore di Lorenzo Sichetti, di Roseto degli Abruzzi), il libro di Luigi Mastrangelo, Paolo Smoglica e Paolo Martocchia, si avvale della presentazione di Gabriele Pomilio e la prefazione di Dante Marianacci (con le illustrazioni in prima e quarta di copertina di Barbara Mucciante), prova a decifrare le mille anime di una città che fin dall’epoca romana vive e prospera in riva all’Adriatico alla foce della Pescara, il fiume ad origine denominato Aternum.

Quanto la città ha “influenzato” la squadra e quanto la squadra ha “influenzato” la città?.

Intanto le squadre, di qua e di là della Pescara, quando a nord c’era Castellamare Adriatico (provincia di Teramo) che dette i natali a Mario Pizziolo, primo abruzzese campione del mondo nell’edizione del 1934, purtroppo dimenticato in ospedale (a causa di un contrasto con il mitico portiere spagnolo Zamora) al momento dei festeggiamenti dal regime fascista; dall’altra sponda, quella sud c’era Pescara (provincia di Chieti) che inneggiava ai propri beniamini al Rampigna.

La squadra del cuore era l’Ursus che aveva sfidato quelli dell’altra sponda nell’area antistante l’hotel Esplanade. Grandi rivalità e grandi derby. Un confronto acceso che coinvolgeva anche i santi Andrea e Cetteo.

Il Pescara era stato un signorotto spagnolo padrone di mezzo Abruzzo, il Pescara era ora la squadra del cuore che si distinse subito per una conbine con il Rosburgo (il vecchio nome di Roseto) e per lo sponsor sopra le maglie: Puritas.

Si guardava avanti con lungimiranza.

Poi vennero i campionati GIL (Gioventù Littoria) che fece conoscere l’embrione della mitica Strapaesana, la squadra formata solo di elementi del luogo, che infiammò i cuori per tre stagioni e che fece innamorare il presidente Dall’Ara, del Bologna (la fatale Bologna nel bene e nel male incrocia i destini dei biancazzurri).

Dall’Ara estasiato dal gioco dei ragazzini pescaresi _ era una giovanile _ voleva comprare la squadra in blocco. Il bel gioco è stato sempre il pallino dei pescaresi e con Pizziolo in panchina conobbe la prima promozione in serie B.

Ma non solo. Cominciava a sfornare storie straordinarie come quella di Lanciaprima, aletta velocissima, che grazie alla sua corsa sfuggì al plotone di esecuzione tedesco durante il secondo conflitto mondiale.

La città intanto si trasforma in modo tumultuoso, cresce pur restando ingabbiata in un territorio comunale esiguo. Dal Rampigna si passa all’Adriatico che poi sarà intitolato a Giovanni Cornacchia, eroe dell’atletica.

La febbre del pallone, che cresce a dismisura con Giancarlo Cadè, l’allenatore che aveva fatto piangere il grande Helenio Herrera, incantato per il bel gioco del tecnico bergamasco, mette da parte la passione per i motori dopo una prova del mondiale nel 1957, resiste la popolarità delle due ruote, il Trofeo Matteotti è meta di grandi campioni, ha un palmares di oltre mezzo secolo costellato da grandi firme.

“La città dall’eterna corsa in avanti” _ a metà degli anni Settanta così la ribattezzò lo scrittore Mario Pomilio _ non accenna a frenare, anzi dà prova di esodi biblici negli spareggi per la serie A sempre nella fatal Bologna prima con Cadè e poi con Antonio Valentin Angelillo.

La vocazione è balneare, parola di Pier Paolo Pasolini, comincia a innamorarsi al jazz, ma la passione primaria resterà il pallone: da Nobili e Zucchini, ma anche Orazi e Lopez passerà a mettersi nelle mani del profeta Galeone e dei suoi boys irriverenti e splendidi nelle giocate.

Prima Rebonato, Bosco, Pagano e Camplone. Poi Sliskovic, Leo Junior e Ricky Massara. Tre volte in serie

A fra giocate eccelse e tonfi sciagurati. Poi l’avventura con Zeman e nuovi paladini da omaggiare: Verratti, Insigne, Immobile e quindi il miracolo Massimo Oddo.

Per una volta l’efant du pays ha avuto ragione col bel gioco, i ruoli interscambiabili ma soprattutto la prospettiva che non sarà la solita serie A che è stata finora.

Grandi imprese, di stampo dannunziano _ per lo più fini a sé stesse ma di folgorante impatto _ e lunghe annate anonime o illusorie, stemperate dall’ironia malinconica e dal sarcasmo affilato di un Ennio Flaiano.