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La leggenda in terra d’Abruzzo

di Elisabetta Mancinelli

Gabriele D’Annunzio nella sua vasta produzione si è dedicato a molteplici generi: poesia lirica, poesia epica, romanzo, novelle, teatro, scritti di critica, cronaca giornalistica, prosa d'arte e questa variegata prolificità mostra la sua grande apertura mentale, verso i più svariati campi.

Tra l’altro, mediante il maestro Cesare De Titta, entra in contatto con le tradizioni popolari e la poesia dialettale abruzzese che segnano in modo indelebile l’esordio del d’Annunzio narratore, come testimoniano “Terra Vergine” e le “Novelle della Pescara” in cui l’autore solidarizza intimamente con l’immaginario collettivo rivelato da Antonio De Nino e Gennaro Finamore.

Su questo filone ha toccato le corde del meraviglioso e del fantastico nelle “Favole di Natale” tratte da Parabole e novelle edite nel 1916 infatti rappresentano un unicum nella sua produzione.

Le Favole che attingono al patrimonio delle fiabe popolari e delle leggende rielaborate in terra d’Abruzzo, alcune delle quali conosciute tramite fonti orali, vengono trascritte e ricreate con uno stile personale inconfondibilmente dannunziano.

Tra le “Favole di Natale” particolarmente significativa e suggestiva è ‘La leggenda in terra d’Abruzzo’

“La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca ed eguale, come nel plenilunio, perché il Divino era nato.

Dalla capanna lontana i raggi si diffondevano per la solitudine; e la bontà che da quella luna anche diffondevasi intorno co’ raggi era tanta che le terre coperte di neve parevano fiorite di rose e come un immenso rosaio odoravano nella notte.

Il bambino Gesù rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l’alto come in atto di adorazione; e l’asino e il bue lo riscaldavano del loro fiato che fumava nell’aria gelida, come un aroma sulla fiamma.

La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione estatica e si chinavano per baciare il figliuolo.

Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni.

E vennero anche i Re Magi.

Erano tre: il Re Vecchio, il Re Giovine e il Re Moro.

Come giunse la lieta novella della natività di Gesù, si adunarono.

E uno disse:” E’ nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo?”

“Andiamo risposero li altri due.

“Ma con quali doni?”

“Con mirra ed oro ed incenso. Se accetta la mirra, sarà un beone; se accetta l’oro sarà un ladro; se accetta l’incenso, sarà un santo.”

E si misero in cammino.

Le mule seguivano i sentieri di montagna, guidate da una stella che procedeva innanzi pè cieli. Come la stella si fermò sulla capanna, i Re Magi scesero a terra ed entrarono.

San Giuseppe e la Madonna stavano in ginocchio d’innanzi alla mangiatoia, dove riposava il Bambino.

L’asino e il bue facevano su lo strame un bel passo di danza: e la cornamusa suonava spontaneamente, come pel soffio d’una bocca invisibile.

Si avanzarono i Re Magi e afferirono a Gesù Cristo i tre doni.

Gesù Cristo li accettò tutti.

E, nel tempo medesimo, il Vecchio diventò giovine, il Giovine diventò vecchio e il Moro diventò bianco.

Non più si riconoscevano tra loro; e contesero a lungo e si copersero d’ingiurie a vicenda. Chi non tanto si lamentava era il Vecchio diventato giovine.

Ma li altri due sopra lui specialmente tempestavano.

Disse il Moro:” Insomma, chi è la causa della nostra discordia?

Non è forse l’ambizioso che è nato ora? Facciamogli la guerra.” Li altri due consentirono.

E poco dopo incominciarono le persecuzioni.

Una seconda leggenda narra che, nel viaggio, i Re Magi contendevano con molta furia; poiché non potevano ancora stabilire chi dovesse essere il primo ad offrire il dono.

Primo voleva essere chi portava l’oro. E diceva: “ L’oro è più prezioso della mirra e dell’incenso; dunque io debbo essere il primo donatore”.

Li altri due alla fine cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l’oro.

S’inginocchiò a’ piedi del Bambino; e accanto a lui s’inginocchiarono i due con l’incenso e con la mirra.   Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l’oro, quasi volesse abbassarne la superbia.

Rifiutò l’oro; soltanto prese l’incenso e la mirra, dicendo: “L’oro non è per me!”

E quando il Re donatore di oro si levò, i suoi compagni videro ch’egli era diventato nano.

Gesù Bambine nasce

Nche tanta puvertà !

Nen ha né panne, ni fasce,

Ni fuoche pe’ scalla !

La Madonna la remire

E San Giuseppe suspire,

“Tu ce sci nate al monne

Pe’ volecce salvà:

Faceme grann’allegrezze,

Ch’a è nate ‘ Redentore:

E’ ‘nu fiore de bellezze,

E’ ‘nu gra ‘ foche d’amore.”

Viènghene li pastore

Pè fagli grand’anore.”

La figlia de Sant’Anne

Pè noi lu sta prienne.

Lu bove e l’asinelle

Lu stanne a riscaldà.

Giuseppe vicchiarelle

De basce se lu vò magnà.

‘N ciele , oh che splendore!

Menete a faglie onore!

Gabriele d’Annunzio

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Ricerca storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli

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I dipinti sono dell’artista Andrea De Litio

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