Pin It

Omelia tenuta dall’arcivescovo, Mons. Giuseppe Petrocchi

I brani biblici che abbiamo ascoltato gravitano intorno ad alcuni centri tematici:

- il primo è l’annuncio della Pasqua del Signore:

il Vangelo riporta la solenne profezia: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo gior¬no”» (Lc 24,46);

Tutto questo, come sappiamo, è avvenuto, poiché Dio è fedele: Egli compie, quello che dice.

- Il secondo tema è costituito dalla promessa di inviare lo Spirito, che renderà gli apostoli testimoni del Signore (cfr. Lc 24,49 e At 1,8).

Anche questa parola si è puntualmente realizzata il giorno di Pentecoste. Per l’effusione dello Spirito, gli apostoli, «rivestiti di potenza dall'alto» (Lc 24,49) sono trasformati da un gruppo di esitanti discepoli in una comunità che proclama, con la forza della grazia, le grandi opere di Dio. Così, la redenzione, attuata in Gesù, giungerà, tramite il ministero della Chiesa, all’intera umanità: «nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,47).

- Il terzo tema è dato dal racconto della assunzione in Cielo di Gesù risorto.

Riferisce l’evangelista Luca che il Signore, radunati attorno a Sé gli apostoli, «li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo» (Lc 24,50).

Gesù sale al cielo non per sottrarsi all’incontro con noi, ma per rendersi presente in ogni luogo e in ogni tempo. Se fosse rimasto a Gerusalemme, si sarebbe potuto trovarLo solo in quel luogo, geograficamente circoscritto; mentre, ascendendo al Cielo può rendersi nostro compagno di viaggio, sempre e ovunque. Per questo afferma: «ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

Animati da questa consapevolezza, gli apostoli: «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24,52).

Carissimi Fedeli,  la Parola che abbiamo ascoltato, in questa liturgia, va calata nella nostra esistenza, perché è detta a noi, qui ed ora. Dio, infatti, parla contemporaneamente a tutti e a ciascuno.

Oggi ad Onna si respira aria di festa: si celebrano due eventi che annunciano una “risurrezione”. Il primo è la riapertura di questa splendida chiesa: segno importante di vittoria sulla catastrofe provocata dal terremoto. Questo restauro evidenzia la generosa ed efficace solidarietà della Repubblica federale tedesca, congiuntamente all’impegno erogato dalle varie Istituzioni - nazionali, regionali e locali - preposte alla Ricostruzione.  Tale impresa dimostra che la fraternità, cristiana e umana - quando opera nel segno dell’unità -, vince la sfida contro ogni forma di morte.

Ma la “chiesa fatta di pietre” (monumento di grande bellezza) è destinata ad ospitare la “Chiesa fatta di persone”: ecco il secondo attestato di una “risurrezione in atto”. La folla che oggi si concentra entro questi suggestivi spazi architettonici annuncia che la vita spirituale e sociale della Comunità è in ripresa e “l’anima credente” degli Onnesi è la sorgente misteriosa della loro incrollabile tenacia.

Vi confido, tuttavia, che una “nota triste”, si intreccia, nel mio cuore, all’inno di esultanza che scandisce questo giorno. È la memoria dolorosa del tributo di sangue che questa Comunità, ancora una volta, ha dovuto pagare alla storia: prima alle forze scatenate degli uomini e poi a quelle della natura. Onna: merita il titolo di “comunità-martire”, per le tragiche vicende che l’hanno colpita nell’arco di quasi un secolo. In particolare, come una lama tagliente, mi attraversa la mente il ricordo dei 40 “caduti” nel terremoto di sette anni fa.

Mi viene spontaneo pensare che tanti di loro sono stati spesso in questa chiesa. E proprio la certezza che Cristo è risorto, ci rende sicuri che essi oggi “sono” davvero con noi e partecipano alla letizia che ci abbraccia tutti, rendendoci un’unica grande famiglia.

Fra poco si svolgerà il rito di dedicazione dell’altare, sul quale verrà celebrata l’eucaristia, che rinnova e rende presente per noi la Pasqua di Cristo. Ma dove è Lui, il Signore, lì sono anche coloro che Gli appartengono e formano il Suo Corpo mistico (cfr. Ef 1, 23): cioè, “loro”, i “vivi lassù”, e tutti i “vivi quaggiù”.  Per questo sant’Agostino parla di “Christus totus”. Per tali ragioni, crediamo fermamente che, ogni volta che si celebra la Messa, la Chiesa “celeste”, che abita l’eternità di Dio, incontra la Chiesa “terrestre”, che cammina nel tempo. La teologia chiama questa Famiglia evangelica la “Comunione dei santi”.

In tale prospettiva teologica, permettetemi di proporvi una breve riflessione, che sosta brevemente sul tema del dolore: perché nell’anima degli Onnesi la storia ha scavato profondi “depositi” di sofferenza. Sono convinto che il dolore, come ogni sentimento umano, conosce varie gradazioni e registri. I dolori più intensi non sono quelli fisici, ma quelli spirituali e psicologici che ci colpiscono quando perdiamo persone care. Tra questi compaiono dolori dai “toni acuti”, legati alla scomparsa di parenti stretti; ma anche quelli “estremi” che si generano nell’anima di mamme e di papà quando vedono morire i loro figli. Qui parlerei di Dolore (con la maiuscola) e non solo di dolori (con la minuscola). Anche Maria sente una “spada che le trafigge l’anima” (cfr. Lc  2,35) quando assiste alla crocifissione del Figlio: vive il “dolore assoluto”, perciò viene detta la “Desolata”. Questa Mamma sta al fianco di tutte le mamme che soffrono lo stesso Calvario.

Anche nello “scenario mediatico” Onna è diventata un “monumento collettivo” alla memoria del sisma che, sette anni fa,  si è abbattuto con furia distruttiva su questo piccolo centro. Le immagini di quelle devastazioni saranno consegnate alle generazioni future, a perenne ricordo; ma Onna è anche un “sacrario” invisibile innalzato alla sofferenza, personale e collettiva: sofferenza nobile, alta e solenne.

Nel’orizzonte della “sapienza evangelica” che, talvolta, ci fa passare attraverso paradossi, vorrei parlare, per molti Onnesi, di “ferite dell’anima” che guariscono, ma non rimarginano.  “Ferite che restano aperte, fanno soffrire, ma non degenerano in “cancrene interiori”, anzi rinforzano lo spirito e lo radicano nell’Assoluto. Insomma, ecco l’apparente paradosso: si tratta di “ferite sane”, che - come ho letto in un testo di spiritualità - si trasformano in “feritorie”, cioè in fenditure che lasciano intravvedere un orizzonte divino e umano, che altrimenti rimarrebbe coperto.

Se ogni forma d’amore fosse destinata a passare col tempo, anche queste ferite finirebbero per cicatrizzarsi o scomparirebbero. Ma grazie a Dio, ci sono vincoli d’amore che rimangono per sempre, perché generati dall’Amore infinito ed eterno: ed è questo il motivo per cui le ferite restano.

Su queste ferite occorre vigilare, perché non si infettino, con i virus della rabbia e della disperazione. In quel caso diventerebbero “ferite malate”: che non producono una spinta “verso” la vita, ma agiscono “contro”.

Una donna aquilana, che è passata attraverso prove molto dure, mi ha scritto: «Il dolore è un grande maestro, se il discepolo si lascia illuminare dalla grazia che lo accompagna».

Queste “ferite sane” dell’anima, mi richiamano, per analogia, le “piaghe” che compaiono nel Corpo glorioso di Gesù. Mi ha sempre impressionato che Gesù risorto, quando apparve agli apostoli, «mostrò loro le mani e il costato» (Gv 20,20), dove erano impressi i segni dei chiodi e del colpo di lancia. E a Tommaso, il discepolo incredulo, disse «metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». (Gv 20, 27). Dunque, la Sua umanità trasfigurata - che passava attraverso le porte chiuse (cfr. Gv 20,19-29)  - conservava i segni vivi della Sua passione: quelle che mostrava erano ferite vere, ma gloriose.

E’ un mistero affascinante, che mi ricorda la frase scritta da una mistica: «Soffrire passa, l’avere sofferto rimane». Proprio così, l’aver sofferto resta scritto, con inchiostro indelebile, “dentro” l’amore che ha contribuito a sviluppare.

In quell’amore, il passato è presente e il presente è proiettato verso il futuro. Non è amore “sopravvissuto” alla morte, ma amore che si erge vivo sulla morte. E’ un amore non rassegnato, ma carico di speranza.  Questo amore è più forte della morte, perché l’ha già vinta.

Perciò, fedeli carissimi, sostenuti dalle appassionate parole dell’apostolo Paolo,  accostiamoci al Signore «con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati» (Eb 10,22) e «manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso» (Eb 10, 23).

Maria, Donna della Pasqua e Testimone della Pentecoste,  Modello della Chiesa e Regina dei Santi, custodisci, nel suo materno affetto, gli Onnesi raccolti in questo territorio, quelli sparsi per il mondo e quanti dimorano nella Patria celeste.

Con la tua intercessione aiutaci a camminare sulle vie della verità e del bene, per costruire ogni giorno la comunione e la pace.

Sostienici e accompagnaci nella speranza che riabbracceremo tutte le persone che abbiamo amato: sappiamo, infatti, che ci ritroveremo nella Casa del Padre, nella Città Santa, dove il Signore tergerà ogni lacrima, non si sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno (cfr. Ap 21,1-4), ma regneranno lo splendore della misericordia e la gioia senza fine, perché Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Amen!

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna