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Un presunto illecito su fondi Cee travolge la giunta abruzzese

Accadde il 29 settembre 1992

Spunti da giornali dell’epoca

Inchiesta sulla ripartizione di 400 miliardi concessi dalla CEE per finanziare progetti presentati da privati e enti pubblici.

Emessi ordini di custodia cautelare a carico di 9 degli 11 amministratori regionali:

Rocco Salini DC (presidente giunta) e gli assessori

Aldo Canosa

Giuseppe Lettere

Domenico Tenaglia

Filippo Pollice

Ugo Giannunzio

Romano Liberati

Paolo Pizzola Paolo

Giuseppe Benedetto

La ripartizione di circa 400 miliardi per finanziare i progetti presentati da privati e da enti pubblici, i cosiddetti Pop (Programmi operativi plurifondo) ha messo nei guai il governo regionale Dc. Psi. Pli, ovvero 8 dei 10 assessori oltre al presidente democristiano Rocco Salini.

A carico di 9 degli 11 amministratori regionali sono stati emessi ordini di custodia cautelare proprio in relazione a una delibera approvata nel luglio scorso.

La notizia si è diffusa nel tardo pomeriggio di ieri anche se magistratura, polizia e carabinieri hanno continuato a smentire l'esistenza di provvedimenti restrittivi.

Ma ancora alla mezzanotte di ieri davanti al carcere di San Domenico all’Aquila stazionavano centinaia di persone, oltre a giornalisti e operatori di tv private, in attesa dell' arrivo delle auto con i personaggi eccellenti in manette.

Nel corso della seduta del consiglio regionale svoltasi all'Aquila e dedicata quasi per intero alla bufera che ha coinvolto l' assessorato ai Trasporti (5 titolari di società di autolinee arrestati assieme a un alto funzionario della Regione; un ex assessore indagato per concussione) le voci di possibili arresti erano probabilmente giunte fino ai destinatari degli ordini di custodia cautelare.

Fra il pubblico decine di carabinieri e agenti della polizia di Stato. Sarebbe stato facile avvicinare i componenti della giunta regionale in carica, ma evidentemente si sono voluti evitare arresti plateali sotto le telecamere.

Lo scandalo dei finanziamenti Pop e' scoppiato all' improvviso ieri l' altro con il sequestro di tutta la documentazione effettuata negli uffici della Regione per disposizione del sostituto procuratore della Repubblica Fabrizio Tragnone.

Agenti della polizia di Stato e carabinieri avevano prelevato una montagna di fascicoli inerenti la ripartizione di finanziamenti per 400 miliardi oltre alla delibera incriminata.

Delibera approvata, oltre che dal presidente della giunta Rocco Salini (dc), dagli assessori democristiani Aldo Canosa, Giuseppe Lettere, Domenico Tenaglia, Filippo Pollice; dai socialisti Ugo Giannunzio (vicepresidente della giunta), Romano Liberati e Paolo Pizzola; dal liberale Giuseppe Benedetto.

Alla fatidica riunione erano assenti altri due assessori democristiani Giuseppe Molino e Franco La Civita.

L'inchiesta sembra sia partita dall'esposto presentato da un albergatore, il quale si è visto escludere dai finanziamenti e respingere il progetto, nonostante avesse le carte in regola.

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Io, come molti giovani cronisti aquilani, lo avevo conosciuto nel 1992 quando, dopo la morte improvvisa dell’allora procuratore capo Mario Giuseppe Ratiglia, quel pm alto, un po’ dinoccolato e coi baffi restò praticamente solo a gestire la Procura.

Era l’epoca di Mani Pulite e il vento partito da Milano non tardò ad arrivare anche all’Aquila.

La storia politico giudiziaria racconta che un giovane imprenditore di Alfedena, Francesco Mannella, un giorno di fine settembre 1992 dopo aver vagato senza costrutto negli uffici regionali per sapere come mai il suo progetto per realizzare un albergo non era stato finanziato, si recò poco prima delle 14 da Tragnone per denunciare illeciti nella distribuzione dei cosiddetti fondi Pop (piani operativi plurifondo).

Erano soldi che arrivavano dall’Unione Europea e che dovevano servire a sostenere lo sviluppo economico della Regione.

Tragnone, dopo aver ricevuto la denuncia di Mannella, si convinse invece che quei soldi concessi dalla Regione (prima con una delibera di giunta e poi di consiglio) sulla base di una inesistente graduatoria, sarebbero dovuti servire ad alimentare le clientele dei partiti, in particolare la Dc e il Psi.

Prima dell’alba  del 29 settembre 1992 scattò l’arresto dell’intera giunta regionale abruzzese guidata all’epoca dal democristiano Rocco Salini.

Le cronache raccontano che in seguito agli arresti, la Giunta si dimise e ne fu eletta una nuova, un monocolore Dc guidato da Vincenzo Del Colle appoggiato all’esterno dal Pci. Entrarono nell’inchiesta anche diversi consiglieri e dirigenti regionali.

Una parte importante la ebbe un funzionario regionale, dapprima indagato e poi prosciolto, divenuto il testimone cardine dell’accusa sostenuta da Tragnone.

In primo grado ci furono alcune condanne poi, nel novembre del 1998, la seconda Corte d’Appello di Roma assolse «perché il fatto non sussiste» tutti i componenti della Giunta dall’accusa di abuso d’ufficio.

Ai magistrati romani il processo fu affidato dalla Corte di Cassazione che nel giugno del 1997 aveva annullato la sentenza con cui la Corte di Appello dell’Aquila (novembre 1995) aveva confermato le condanne di primo grado.

Soltanto per Salini rimase in piedi un secondo reato, falso in atto pubblico, la cui pena, ridotta in appello a 1 anno e 4 mesi, fu confermata in Cassazione.

Ci fermiamo qui. Anche noi, subito dopo il famoso arresto avvenuto della intera giunta regionale, guidata allora da Rocco Salini, esattamente diciannove anni fa, il 30 settembre del 1992, esprimemmo forti dubbi su quanto stava producendo in Abruzzo la bufera di Mani pulite.

Scrivemmo allora, e ne fummo pienamente convinti dopo, che non era stata fatta vera pulizia.

Da queste parti, più che altrove, la “demolizione” della classe politica fu  totale e produsse danni che la regione ha pagato a lungo, nel tempo.

Sparì  infatti una intera classe dirigente. Anche personaggi che molto avevano dato e ancora molto potevano dare, per tutti Remo Gaspari, furono costretti a mettersi da parte dalle vicende giudiziarie.

Per quel che riguarda l’anniversario odierno, vale a dire quello dell’arresto della intera giunta regionale, di cui parlò anche il New York Times, c’è da ricordare  che alla fine tutti vennero assolti, tranne il presidente Salini, condannato per abuso d’ufficio, che peraltro tornò, unico caso, sulla scena politica venendo eletto prima alla Regione e poi al Senato con consensi da record, a segnare la distanza del corpo elettorale da quanto era avvenuto in quei feroci tempi.

Rocco Salini per anni è stato un punto di riferimento importante della Dc abruzzese. Presidente...

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Remo Gaspari è stato da sempre il suo esempio politico. Rocco Salini per anni è stato un punto di riferimento importante della Dc abruzzese. Presidente della Regione Abruzzo dal 1990 al 1992.

Fu costretto a dimettersi e condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per falso ideologico e abuso d'ufficio. Unico condannato della giunta regionale d'Abruzzo, arrestata in blocco per aver assegnato 270 miliardi di fondi Cee ad «amici di amici», come affermava l’accusa.

Clientelismo ma non mazzette e quindi solo l’accusa di abuso d’ufficio.

L’arresto di Rocco Salini fece scalpore. Aveva un archivio immenso di persone, nomi e cognomi da contattare in campagna elettorale.

Medico di paese riceveva nella sua segreteria politica la gente che chiedeva favori così come i mutuati nel suo ambulatorio. Non le ha mai chiamate raccomandazioni. Se si poteva aiutare qualcuno senza scendere a patti lo faceva.

«Nella propria coscienza, nella certezza di sapere di aver agito in maniera corretta, nel perseguire una volontà che ha contraddistinto la mia vita, quella di aiutare il prossimo - aveva raccontato in un’intervista Salini alcuni anni fa - la gente tutto questo lo sa, la “mia” gente sa che non ho chiesto e non chiedo per me; ho chiesto e chiedo per gli altri; la “mia” gente sa che può fidarsi perché non l’ho mai tradita».

In difesa di Salini e della giunta regionale già a quell’epoca scese in campo Marco Pannella che denunciò la carcerazione preventiva.

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