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Santa Maria di Collemaggio: oltre la Perdonanza

a mio padre

“Mentre il caldo afoso mi induce a cercare un po’ di frescura all’ombra di un MAP, da quasi tre anni abitato dai miei genitori, ne approfitto per sbirciare tra i ricordi paterni che rammentano l’esperienza umana vissuta da mio padre durante il pluridecennale servizio infermieristico svolto nell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio, che, per un breve periodo dell’anno, si intrecciava con il rituale cristiano di angioina memoria”.

di Fulgenzio Ciccozzi

In uno dei tanti pomeriggi estivi aquilani, allora scanditi dal caloroso abbraccio del “traghettatore Caronte”, una distesa di nuvole oscura la facciata della Basilica di Collemaggio, illuminata di tanto in tanto da qualche raggio di sole che irrompe nel cielo cinereo e avvolge la parete in una plastica atmosfera.

La Perdonanza, ormai alle porte, sembra essere annunciata dal rullo di tamburi e dallo sventolio di bandiere proiettate verso l'alto dal gruppo di sbandieratori città dell'Aquila, che sta provando all'interno dell'ex plesso psichiatrico.

Una tessitura di basole murarie bicrome adorna il frontespizio dell'edificio sacro e riempie gli spazi che cingono i rosoni, insinuandosi tra le aperture e il portale centrale, sino a congiungersi alla torre ottagonale.

Un quadro che nasconde il vuoto lasciato dal terremoto, rimpiazzato da una copertura provvisoria che collega l’antica opera austera medievale alla parte absidale barocca. In quel punto, chiuse in una teca, riposano le spoglie del Papa del “gran rifiuto”.

Una illustrazione d’epoca ritrae la fabbrica monumentale come sfondo di un viale ottocentesco percorso da una “dama” con il viso adombrato da un cappello a larghe falde, accompagnata da due fanciulli.

Un’immagine che ricorda i quadri impressionisti del Monet, prima che il terremoto del ’15 tornasse a deturparne “il volto”. Erano gli albori del Novecento, un secolo denso di significati che avrebbe messo in risalto, più che in ogni altra epoca, gli effetti positivi e negativi della natura umana.

Qualche decennio prima, le razzie compiute dall'esercito napoleonico la privarono di numerose statue che animavano il portale principale, e più recentemente, nel 1988, la Basilica tornò agli onori delle cronache con la sparizione del corpo del Santo morronese.

Ma, tra le tante pagine scritte su quegli avvenimenti si nascondono altre storie che quel luogo di culto conserva strette in seno alle sue memorie. Storie che raccontano vicende di persone comuni che hanno varcato la sacra soglia (Porta Santa) non solo per chiedere il Perdono, così come voluto nel 1294 da Celestino V, ma anche per cercare una riposta alla propria esistenza.

Nei pressi della chiesa, fino a qualche decennio fa, vi era un nosocomio, con annesso brefotrofio, costruito agli inizi del Novecento (1904-1915) per ospitare emarginati, sofferenti affetti da patologie mentali più o meno gravi.

Una cospicua comunità di assistiti, medici, infermieri, suore e maestranze varie si muoveva tra i numerosi padiglioni e stabilimenti (lavanderia, cucina, bottega del calzolaio, tessitoria, ovile, e persino una porcilaia!).

Mentre, il profumo del pane appena cotto e l'aspro effluvio dell'erba recisa dai coloni, che proveniva dalle ortaie e dai prati della vicina vaccheria, riempivano gli spazi aperti di quel villaggio.

Sulla cima del colle, prima che vi fosse edificata una chiesetta (oggi abbandonata), i panni e le lenzuola stese al sole coprivano parte dell’altura.

Una sorta di curtis, calata nel XX secolo, che rendeva quel piccolo mondo quasi autosufficiente. Tra i tanti operatori, sanitari e non, che si sono succeduti al servizio dell’istituto neurologico, emerge la figura del direttore amministrativo dottor Tullio De Rubeis, che per diversi lustri ha messo a disposizione di tale struttura le sue energie, con impeccabile professionalità ed umanità.

Anche i frati francescani si occupavano della cura delle anime di quella collettività, esercitandovi funzioni religiose e saltuarie visite ai ricoverati.

La pulizia del pavimento della Basilica in occasione della Perdonanza Celestiniana rientrava tra i contributi (non impositivi) elargiti dagli ospiti dell'ospedale.

Così, ogni anno, in uno dei pomeriggi di fine agosto, lo strofinio delle ramazze, lo scorrere dell'acqua e il vociare, a tratti altisonante, dei degenti, rimbombavano tra quelle navate intonando un tipo di coro inusuale per quell’ambiente sacro: un sostegno reciproco, anche se opinabile, che cesserà con la chiusura del manicomio.

Da quei giorni la Madonna, a cui la chiesa è stata consacrata, non ha più accolto tra le sue braccia, nella confidenziale quotidianità, questi suoi umili vicini; la legge ha deciso di percorrere altre vie, ponendosi come obiettivo un diverso approccio per la cura e l'assistenza di coloro che sono affetti da disturbi psichici, liberando i bisognosi dall’ospitalità coercitiva, dirottandoli in strutture alternative e soprattutto spostando parte dell’onere dell’assistenza alle famiglie, le quali, pur riversando tutto l’affetto possibile verso i loro congiunti, a volte hanno difficoltà nel combattere una battaglia umana, sociale dalla quale una società denominata civile non può e non deve estraniarsi.

Essa può concorrere a dare una risposta più completa alle loro richieste, contribuendo a migliorare l'organizzazione dei centri esistenti, adeguandoli, attraverso un maggiore apporto di risorse economiche (spending review permettendo)  e umane, alle esigenze dei pazienti e dei loro familiari, bisognosi anch’essi, quando anziani o malati, di un importante nonché continuo supporto morale e materiale.

Si può chiedere l’indulgenza non solo per sanare i peccati, ma soprattutto se dentro di sé si è certi voler percorrere un tragitto spirituale che apra le porte alla carità, all’affetto e all’amore: qualcuno ne ha bisogno più degli altri!

Vedi anche: La Perdonanza Celestiniana; L'Aquila Story

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