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Le richieste di Confindustria

di Gino Di Tizio

Tempo di cambiare sistemi e regole alla Regione Abruzzo.

E’ quello che la Confindustria chiede, non da oggi.

La prima richiesta è di cambiare la composizione della assemblea.

Quaranta consiglieri sono troppi, come ha già riconosciuto il decreto sullo sviluppo firmato da Tremonti che, infatti, nella prossima legislatura  ha imposto di tagliare dieci poltrone.

 

Si può tranquillamente convenire che per una regione di poco più di un milione e duecento mila abitanti  trenta rappresentanti in Consiglio regionale bastano e avanzano.

Il presidente di Confindustria Abruzzo Mauro Angelucci ha poi avanzato una proposta che davvero rivoluzionerebbe il rapporto tra eletti e elettori in Abruzzo: quella di far votare in un  solo collegio elettorale regionale, invece degli attuali quattro che rispettano la divisione per province della regione.

Troviamo estremamente convincente la motivazione che ha accompagnato questa proposta di modifica delle regole del gioco: “…Per superare i localismi, i particolarismi e il clientelismo”, ha detto Angelucci.

Siamo convinti che  sarebbe davvero un bel passo avanti  verso un più efficace e corretto sistema democratico se gli abruzzesi scegliessero le persone più capaci per svolgere la funzione legislativa che è propria dell’ente, nell’interesse di tutto l’Abruzzo, tenendo conto le qualità dei singoli, non il luogo di nascita o gli interessi della zona di provenienza.

Ed in effetti, con un collegio unico regionale, i candidati alle poltrone regionali non potrebbero più limitarsi alla cura del proprio orticello, ma sarebbero costretti a spaziare e ad interessarsi della produzione di tutto il campo disponibile.

Si perderebbe così la rappresentanza territoriale, è la possibile obiezione, ma se si tiene conto dei compiti che deve svolgere la Regione c’è da convenire che non sarebbe un grande male.

Anzi, liberi da pressioni localistiche, i consiglieri avrebbero come indirizzo da seguire lo sviluppo di tutta la regione, nel rispetto delle vocazioni, delle realtà esistenti e delle necessità, non degli interessi delle varie botteghe e delle clientele. Anche il voto diventerebbe più responsabile.

Poi c’è sul tappeto  la proposta di introdurre una soglia minima del 6 per cento per l’accesso dei partiti al Consiglio regionale, ed anche questa  ci appare del tutto condivisibile.

E visto che siamo in argomento, nella riforma non dovrà mancare il divieto a creare gruppi formati da una sola persona.

Cambiamenti in questa direzione sono stati da tempo indicati, ma nei fatti niente si è mosso: i monogruppi sono una brutta realtà ancora presente.

Sul resto, cioè sulla “soppressione effettiva degli enti di riferimento regionali”, giudicati dalla Confindustria “non più idonei” a rappresentare per la Regione strumenti di progresso economico e sociale, come avrebbe dovuto essere, siamo ancora d’accordo.

E lo siamo di più nel momento in cui il presidente Angelucci afferma che “non sono più ammissibili servizi pubblici costosi ed inefficienti alimentati e sostenuti da rendite di posizione, da logiche e spartizioni partitiche e da gestioni clientelari”.

Dice ancora la Confindustria che il suo “obiettivo primario è garantire qualità ed efficienza a minor costo”.

Dovrebbe essere anche quello della buona politica e speriamo che lo diventi nel prossimo futuro.

Certo è che le riforme sono una necessità assoluta e non  farle significherebbe gettare legna su quel fuoco dell’antipolitica che rischia di fare serissimi danni a tutta l’organizzazione partitica.

I signori dei partiti farebbero davvero bene a rendersene conto e ad agire di conseguenza con l’urgenza che la situazione richiede.

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