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La politica abruzzese ha bisogno di una scossa

L’idea era apparsa subito buona a tutti ed innovativa soprattutto: riunire tutte le parti del mondo della produzione e del lavoro intorno ad un tavolo e ad un documento di rispettivi impegni inaugurando una nuova stagione politica all’insegna della concertazione, della condivisione e dell’assunzione di reciproche responsabilità.

Sto parlando del cosiddetto Patto per l’Abruzzo, firmato nell’aprile dello scorso anno, che ha messo per la prima volta d’accordo governo regionale, partiti di opposizione (almeno il maggiore di essi), sindacati, associazioni di categoria, banche ed università nell’individuazione delle priorità da perseguire per trarre l’Abruzzo dalla stagnazione e rimetterlo sulla carreggiata dello sviluppo.

In particolare nel ritenere che questo obiettivo si possa cogliere mediante l’utilizzazione delle risorse finanziarie disponibili, in primis i Fondi per le aree sottosviluppate (Fas), in favore di scelte ritenute strategiche come ad esempio il finanziamento di  importanti infrastrutture, dei contratti di proroga per Sevel e Micron, della proroga degli ammortizzatori sociali per il 2012, della realizzazione della zona franca dell’Aquila terremotata e degli interventi previsti nel Master Plan.

Purtroppo però, a circa  un anno dalla presentazione, il Patto non ha dato i risultati sperati ed ha anzi deluso gran parte dei sottoscrittori a causa delle incertezze manifestate, della virtualità dei finanziamenti e dei continui rinvii del tavolo, l’ultimo dei quali s’è avuto proprio lunedi 13 febbraio.

Ne fanno fede la presa di distanza di alcune organizzazioni di categoria (Cna,Confesercenti e Confartigianato), le quali  hanno dichiarato che il Patto “ha perso molti dei contenuti originari”, e l’insofferenza di Confindustria e dei sindacati che rimproverano ritardi ed “omissioni colpevoli”.

Un colpo di grazia alla credibilità dell’Accordo lo sta dando poi in questi giorni la polemica sulla partecipazione al tavolo di concertazione dei parlamentari abruzzesi, che ha introdotto, sarebbe più esatto dire scatenato, elementi di rivalità politica ed elettorale di cui non si sentiva francamente il bisogno.

Insomma il Patto langue e con essa la politica regionale che si mostra incapace di dar seguito anche all’unica buona intuizione che ha saputo manifestare in questo scorcio di legislatura.

Dovrebbe manifestare preoccupazione, anche per il peggioramento del Pil abruzzese, mostrare inquietudine, ansia, capacità critica, voglia di discutere, di rimettersi in discussione, di rimuovere i meccanismi e le incrostazioni che la inchiodano, di sciogliere nodi che permangono, come quelli della riforma della macchina amministrativa e di tutta la governance regionale (Consorzi, Ambiti, Agenzie), dei servizi pubblici (Trasporti, Acqua, Rifiuti, Energia), del riassetto del territorio, ma invece no, la politica non si vede.

Dovrebbe, a tre anni esatti dall’inizio della legislatura, aprire una verifica a 360° sull’operato della maggioranza di governo e operare i correttivi che necessitano, senza far finta che tout va très bien, madame la marquise, ma invece non si percepisce. E forse non c’è.

Giuseppe Tagliente

Consigliere regionale PDL

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