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Tra liberalizzazioni e riforma del lavoro,

gli equilibrismi di Monti non pagano.

 

Ho l’impressione (ma spero sinceramente di sbagliarmi) che, nonostante le dichiarazioni sbandierate a destra ed a manca, le analisi catastrofiche sbattute in prima pagina e sui teleschermi, lo spread in costante aumento e gli sgambetti della Merkel e Sarkozy, non vi sia ancora consapevolezza nella nostra classe dirigente (e nella società stessa dei cittadini) dei pericoli che ancora incombono sul Paese e che lo spauracchio del default è tutt’altro che svanito.

Lo desumo dall’atteggiamento dei partiti che continuano nei loro rituali autoreferenziali ed in un’irragionevole quanto sterile conflittualità; dall’irresponsabile demagogia dei sindacati e dallo stesso comportamento del governo Monti dal quale mi aspettavo molto onestamente (come ho già più volte scritto) molto di più e men che meno un linguaggio declinato ancora prevalentemente al politichese.

Troppi tatticismi, troppa cautela stanno infatti caratterizzando l’azione di Monti e dei suoi ministri e nessuna di quelle iniziative importanti, che ci si aspettava venissero adottate con coraggio e con la tempestività richiesta dalle necessità economiche e sociali, è stata sin qui portata a segno.

La riforma del mondo del lavoro, soprattutto, è ancora al palo e niente fa ben sperare che sia avviata in tempi brevi, a giudicare dai timori mostrati nei confronti della cupola sindacale e, peggio, dall’attenzione a non rovesciare i tavoli della concertazione e a non ledere “la maestà” della Cgil, la cui condottiera viene sentita separatamente dal ministro Fornero ed addirittura ricevuta, lei sola, al Quirinale.

Stessa musica sul versante delle liberalizzazioni, che non vorrei risultassero, a dispetto del gran parlare che se ne sta facendo, soltanto misure nei confronti dei tassisti, senza toccare i privilegi delle caste vere, dei notai, dei farmacisti, dei giornalisti, dei petrolieri, dei magistrati, dei sindacalisti, oltreché ovviamente dei politici.

Piuttosto che tecnico, insomma, questo governo si sta rivelando attento alle logiche della politica molto più di quanto dovrebbe e questo non va bene.

Non va bene soprattutto per l’Italia, che in questa fase ha bisogno di una spinta liberatoria dalle incrostazioni e dagli egoismi cosiddetti corporativi che ne paralizzano i meccanismi di crescita e di modernizzazione.

Adesso che la Corte costituzionale ha bocciato le richieste dei referendum e quindi forse allontanato il rischio di elezioni anticipate in primavera, mi auguro che trovi finalmente il coraggio di aprire davvero la stagione delle riforme e delle grandi sfide, stimolando in questa direzione anche la classe politica ed i partiti, che non possono più restare solamente a guardare ed a giocare tra di loro.

Altrimenti saranno ancora guai.

Giuseppe Tagliente

Consigliere regionale PDL

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