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Ogni cinque anni ri-tornano le promesse!

di Tullio Parlante

Rieccoli, tutti allineati sulla linea di partenza per cercare di essere eletti.

Sono i “futuri” sindaci di Chieti.

Chiaramente solo uno di loro diventerà primo cittadino di questa comunità spogliata di ogni singolo avere istituzionale, commerciale e economico.

Tutti promettono.

Tutti hanno la ricetta giusta per fare un ottimo primo piatto.

Tutti amano, a prescindere, questa nobile città di arte e cultura.

Se il tutto è questo, perché nell’arco di un tempo limitato, questa città, è stata spogliata della sua programmazione?

Per tutti i danni subiti da questa creatura (per creatura si intende la nobile città di Chieti) di quanto tempo ci sarà bisogno – se ci sarà voglia e capacità amministrativa – per riportare un po’ di armonia su questo meraviglioso colle? 

Ai posteri l’ardua sentenza.

Se, di fronte a una situazione diversa e ambigua, si preferisce sospendere il giudizio politico, ciò è dimostrato dal fatto che la politica del fare si è perso nei meandri del nulla.

La capacità vocativa di questi primi attori della politica, non ha più quell' equilibrio attrattivo di un tempo remoto, forse anche perché le parole non sono altro che deboli garanzie?

La collettività, i cittadini, oggi più di ieri, sono consapevoli dell’importanza del loro voto. Quindi, non meravigliamoci se poi le urne rimangono vuote.

La politica deve riprendersi il proprio ruolo, che è quello di stare all’interno della comunità nel sentire e portare a compimento le istanze per cui chiedono il voto, non diventare - appena eletto – parte integrante del concetto di potere.

L'attrazione verso il potere locale, denota un modello di arrampicamento sociale a cui tanti non riescono a dire di no.

Perché - direte voi - tutto ciò?

Ma, per il semplice motivo di entrare a far parte di un gruppo di potere che andrà a gestire le sorti amministrative del territorio.

Quindi, meglio stare in buoni rapporti con il podestà (il termine deriva dal latino potestas col significato di autorità e potere) di turno.

Se prendessimo il 50% del realizzabile di tutto ciò scritto nei vari programmi politici locali, avremmo una capacità d'azione tale da riportarci ai fasti di un tempo passato, dove la capacità oggettiva del fare era parte integrante del concetto di territorio.

Tuttavia, considerando che il mondo politico deve girare in questo senso, la spontanea considerazione che viene fuori dalla sommatoria di queste vocali e consonanti, è quello di dire: ma perché si continua a scrivere sui programmi (inteso come impegno del fare) una mole di parole che spesso danno l'illusione ottica della scarsa o poca realizzazione dei contenuti citati all'oggetto del singolo programma?

Spesso ci riteniamo schifati dalla politica ma, quando è ora di votare, facciamo di tutto per estrapolare dalle ammucchiate politiche colui che più ci rappresenta.

Forse, perché così facendo, mettiamo la nostra coscienza in pace con il mondo intero? Concludendo, vero è che quantunque siamo distanti dalla politica reale, non v'è dubbio che le elezioni diventa un momento per farci riassaporare il concetto dell'io ci sono.

Di essere tenuto in considerazione perché devo esprimere un voto. Etc...etc....

Abbiamo ridotto la politica a ciò?

Spero vivamente di NO!

tutti pazzi per la Civita