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Dobbiamo imparare dal regno delle aquile?   

di Tullio Parlante   

Se un Ministro della Repubblica Italiana pubblica una nota con qualche errore di grammatica, dove la stessa tirava in ballo gli stranieri, diventa discutibile la presa di posizione da parte della prof.ssa Enkelejda Shkreli, ex parlamentare per due legislature nel suo Paese, l’Albania, nonché sociolinguistica presso l’Università di Bologna, quando asserisce - con tono autoritario - noi non facciamo quel tipo di errori grammaticali.   

Non saranno certamente gli oltre duemila anni di convivenza che potrà rovinare l'amicizia tra i due popoli, ma, in virtù di ciò qualche dubbio sfiora il nostro primordiale sapere.

Premesso che abbiamo dei luminari della lingua italiana che non sono secondi a nessuno. Premesso che l'unica persona a prendere posizione, su uno scritto che chiunque avrebbe potuto fare e spedire, non sia stata di madre lingua italiana.

Premesso che non abbiamo bisogno di leggere un po' più di sociolinguistica perché non dobbiamo essere migliori di quello che siamo.

Premesso che di solito in Italia si dice: chi ha la coda di paglia si brucia.

Si diventa un pochino insofferente nel leggere dichiarazioni di risposta, a un nostro Ministro quindi agli italiani in generale, che non hanno motivazioni sufficienti per comprendere un tipo di reazione insignificante.

Si potrebbe o si dovrebbe pensare che la notorietà - fatta con questi spettacolari atteggiamenti bambineschi - diventa fattore oggettivo per poter emergere dal buio della propria esistenza? Probabilmente, si.

La nostra democrazia, dove tutto è permesso anche se spesso bisognerebbe ricordare che i diritti viaggiano pari ai doveri e all'interno della quale la parola rispetto - ultimamente - stà viaggiando per conto suo, merita un'attenzione che deve essere rivalutata, senza intromissioni esterne nell'ergersi a fonte di total sapere dando delle dubbiose risposte a un ns Ministro che ha posto in essere una lettera minatoria che, in barba a qualsiasi Paese, poteva essere scritto da chiunque. Ognuno di noi deve o dovrebbe fare ciò che è meglio titolato a fare, senza cercare nelle proprie qualità quel qualcosa che lo mette in risalto, ponendo all'attenzione dei media quel modello di sapere che non è superiore a chi della propria intelligenza ne ha fatto un uso migliore da ciò trascritto in appendice. 

La verità è che spesso si ha bisogno di sapere che si esiste, diversamente, nell'oblio pochi sono coloro i quali ci vivono degnamente.

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