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Il ritorno di una sacra rappresentazione

di Emanuela Medoro

“Passio Hominis”, la Passione, sacra rappresentazione di origine medievale, regia di Antonio Calenda, Basilica di San Bernardino.

L’incontro con il regista si è svolto la mattina del 25 agosto in una saletta di palazzo Fibbioni, appena restaurato ed oggi sede provvisoria (fino a quando?) del Comune.

È uno spazio verniciato di fresco, spoglio di decorazioni e privo di microfoni, per cui arduo è stato seguire la avvincente conversazione del regista Antonio Calenda e gli interventi di Antonio Di Muzio e Walter Tortoreto.

Conversazione centrata sul teatro stabile e sui suoi spettacoli dal 1969 in poi, prezioso scrigno di ricordi, storia e personaggi della cultura cittadina che oggi non ci sono più.

Antonio Calenda ricorda L’Aquila come un luogo difficile da raggiungere da Roma, attraverso un tortuoso tragitto lungo la Salaria, al termine del quale si trovava una città di vie e piazze ancora abitate da donne vestite di nero con il fazzoletto in testa.

Una sorta di enclave medievale nel centro dell’Italia, che si era data un Teatro Stabile. Per suo fine istituzionale il Teatro Stabile doveva contribuire a costruire e nutrire l’identità culturale della città.

Per questo il regista fece delle ricerche specifiche e ritrovò presso la Biblioteca Nazionale di Roma un codice con la trascrizione di una sacra rappresentazione abruzzese di origine medievale, curata negli anni 1576-77 da Maria Jacoba Fioria. Dopo quattro secoli, nel 1978, la “Passio Hominis” ritornò alla luce.

Oggi, di nuovo la Passione, così come fu messa in scena allora. Una metafora del dolore, parte integrante della vita di tutti, attraverso la vita dell’uomo Cristo, opportunamente adattata alla vita di oggi.

E così vediamo Maria, interpretata da Lina Sastri, come una donna di casa intenta a cucire con una macchina a pedali, il figliolo, un contadino seguito da un gruppo di amici. Straordinario colpo di teatro la improvvisa scarica di colpi di mitra che abbatte il Cristo, accompagnata dall’apparizione di una croce di luce in alto in fondo alla scena, rappresentazione della morte violenta di Aldo Moro avvenuta proprio in quel periodo.

Mi piacerebbe poter leggere il testo scritto di questa Passione. La lingua antica, un vernacolo medievale di non facile ed immediata comprensione, più la somma di echi e rimbombi delle voci degli attori nel vasto spazio della basilica, hanno reso difficilissima e a tratti impossibile la comprensione del testo parlato fatto di dialoghi, credo vivacissimi, e monologhi ricchi di significati.

Per cui il fascino dello spettacolo è emerso soprattutto per un insieme di suggestioni nate dal luogo dove si svolgeva, la basilica massacrata dal sisma e tornata agibile da poco, dalle situazioni rappresentate, dai volti, dal movimento e dagli atteggiamenti degli attori.

Bravissimi, guidati con mano solida ed esperta da un genio del teatro come Antonio Calenda.

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