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La morale della casta  

di Gino Di Tizio  

Gian Carlo Caselli, notissimo magistrato, ha scritto su Il Centro di martedì una nota “La morale della casta”, nella quale sostiene che “questione morale significa che i politici debbono prevedere come normali le dimissioni dagli incarichi pubblici di coloro che sono accusati di gravi irregolarità”.  

Devono farlo, nella visione del dottor Castelli, “se vogliono recuperare almeno un po’ di credibilità e fiducia, invece di avvitarsi sempre più nei meccanismi di una autoreferenzialità odiosa ed arrogante”.

Davvero è tutto così chiaro e semplice?

Lo sarebbe nelle altre democrazie europee, afferma sempre il Procuratore Caselli. E certamente è così.

Ma in quelle democrazie quanto tempo occorre perché un politico ottenga di sapere se è colpevole o innocente, una volta incappato in una inchiesta giudiziaria?

Guardiamo il nostro Abruzzo che ha già pagato, ai tempi di tangentopoli, l’eliminazione di quasi una intera classe dirigente a causa di una serie di inchieste che hanno avuto il torto di colpire nel mucchio e che hanno prodotto casi, come quelli dell’arresto dell’allora giunta regionale guidata da Rocco Salini, che hanno fatto gridare alla malagiustizia.

E’ stato giusto mettere fuori gioco, tanto per fare qualche nome e non restare nel generico, personaggi come Domenico Tenaglia, Romano Liberati, Ferdinando Galluppi che avrebbero potuto dare alla politica un forte contributo, come anche altri incappati nelle retate di quel feroce periodo, alla vita pubblica abruzzese?

Quella esperienza dovrebbe insegnarci almeno un po’ di prudenza e farci capire che la strada indicata da Caselli, dimissioni di fronte ad accuse di gravi irregolarità, è quanto mai rischiosa per la società civile e la stessa democrazia.

Se ci ferma alle accuse, generate magari da situazioni particolari, senza attendere l’esito dei processi si entra in logiche che sono appartenute a paesi dittatoriali, dove per eliminare l’avversario si faceva ricorso proprio ad accuse infamanti.

Allora il discorso è che la politica deve fare i suoi percorsi con i partiti che devono garantire per i propri esponenti che candidano ad amministrare le comunità, e nei momenti critici deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

La questione morale deve essere affrontata innanzitutto nelle sedi partitiche, dove non devono trovare così facilmente posto persone  facili da corrompere e votate alla ricerca del profitto personale, invece di curare quelli dei cittadini.

Per essere chiari fino in fondo il primo ed immediato giudizio, torniamo a scriverlo, su un politico che finisce inquisito deve essere quello della stessa politica. Il partito a cui appartiene deve dire se è in condizioni di continuare a fare il suo lavoro di rappresentante delle istanze dei cittadini o se è meglio che si metta da parte subito. La giustizia intanto faccia tutto il suo lungo percorso, ma senza creare traumi irreparabili alla vita democratica. Per noi questa è la strada su cui finalmente avviarsi, anche per far cessare tensioni tra magistratura e politica che hanno creato una situazione che negli altri paesi europei, converrà anche il dottor Caselli, non hanno di certo riscontro.

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