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Due casi di cattiva politica

di Gino Di Tizio

Parto da due fatti, che interessano il Comune di Pescara e quello di Chieti che per diversi aspetti offrono il modo di tastare il polso alla attuale politica per rivelarne la febbre alta che accusa in maniera assai preoccupante da un po’ di tempo a questa parte.

A Pescara il Consigliere comunale Nico Lerri ha annunciato di voler lasciare Fli, non trovando più nel partito di Fini ciò che lo aveva indotto a lasciare il partito con il quale era stato eletto componente dell’assise civica pescarese per entrare nel gruppo misto.

A Chieti per l’ennesima volta il Consiglio comunale è andato deserto per mancanza di esponenti della maggioranza, che pure conta su 27 consiglieri e quindi non dovrebbe mai avere problemi di numeri.

Invece li ha e a ripetizione, al punto che il sindaco Umberto Di Primio ha espresso riprovazione e indignazione per comportamenti che ritiene offensivi per i cittadini della città che amministra.

Torno al caso di Nicola Lerri che ha di nuovo fatto il salto da una parte all’altra dello schieramento politico, motivando anche le ragioni di questo nuovo passaggio di campo.

Ora è vero che solo gli idioti non cambiano mai opinione e che questa massima può applicarsi anche alla vita politica, ma, a stare ai tanti che cambiano bandiera nel corso del mandato elettorale, da noi c’è un eccesso di intelligenza della nostra classe politica.

Un eccesso che porta a considerare la coerenza e il rispetto del mandato ricevuto con il voto qualcosa di assolutamente irrilevante.

Come se fosse accettabile che un eletto dal voto che il cittadino gli ha dato, sotto l’egida di un partito e del suo programma, possa essere poi svincolato dalla delega ricevuta.

Vero è che non esiste vincolo di mandato, secondo le leggi vigenti, ma in politica dovrebbero valere anche vincoli, li dico così, “morali” che dovrebbero rendere quantomeno meno facile e più sofferto gli episodi di voltagabbanismo.

Sia chiaro che la militanza in un partito non è entrare in una prigione da cui non si può mai evadere, ma dovrebbe essere scontato che chi decide di andar via rimetta agli elettori il mandato ricevuto.

Discorso che va allargato anche agli assenteisti del Consiglio comunale di Chieti.

Frequentare l’assise, quando viene convocata l’assemblea, dovrebbe essere inteso come un preciso dovere da chi si è rivolto ai cittadini per chiedere e ottenere la delega a rappresentarli.

Chi per qualsiasi motivo non riesce o non ha la volontà di frequentare i consigli comunali che vengono convocati dovrebbe avere come obbligo quello di lasciare la poltrona di consigliere.

Invece, come ha denunciato il sindaco Di Primio, c’è chi interpreta il ruolo di consigliere solo per guadagnare qualche privilegio e incassare gettoni, anche ricorrendo a furbizie indecenti, come quella di fare in modo di far cadere il consiglio comunale in prima convocazione dopo qualche provvedimento, per andare alla seconda convocazione e incassare così non solo il doppio gettone, ma anche il doppio permesso, retribuito, dal posto di lavoro.

In conclusione anche questi episodi contribuiscono ad alimentare il vento dell’antipolitica che ormai soffia talmente impetuoso che nessuno può più permettersi di ignorarlo e andare avanti come se nulla stesse accadendo.

Il cittadino va rispettato, e il voto che esprime vale una delega di cui l’interessato deve tenere assolutamente conto.

E se per sopravvenuti motivi, che siano legati ad una diversa presa di coscienza o a questioni personali di qualsiasi natura, questa delega non può essere più onorata le dimissioni dovrebbero essere obbligate.

Anche se non c’è nessuna legge che lo impone.