Pin It

Se però parlano invece di tirare pietre

di Gino Di Tizio

“Mio figlio non è un delinquente, non è un teppista. Questi giovani bisogna ascoltarli, non tenerli in carcere”: sono parole pronunciate dal padre del giovane universitario della facoltà di psicologia di Chieti,  accusato di essere stato tra coloro che hanno bruciato un mezzo dei carabinieri a Roma, durante la manifestazione dei cosiddetti “indignati”. Le ha dette davanti al carcere di Chieti, nel momento in cui si svolgeva l’udienza di convalida del fermo operato dai carabinieri.

Comprendiamo l’affermazione di un genitore angosciato dagli eventi che gli sono capitati addosso e la difesa che fa del figlio, ma speriamo per lui che possa dimostrare l’estraneità del ragazzo ai fatti gravissimi che gli sono stati contestati e che lo hanno portato in carcere.

Perché se così non fosse, se è stato davvero tra coloro che hanno messo a fuoco quell’auto, incuranti della presenza a bordo di un carabiniere che ha rischiato la sua vita e che ha avuto la forza di abbandonare il mezzo senza mettere mano alla pistola, ci sarebbe subito da dire a quel padre che i giovani bisogna certo ascoltarli, ma non quando scelgono di usare invece del linguaggio la violenza cieca, devastando le città, mettendole a ferro e fuoco e attaccando le forze dell’ordine, considerate nemici da abbattere.

Che ci sia malessere tra questi giovani a cui non riusciamo più ad offrire percorsi certi per affrontare il futuro, che vedono umiliati e derisi tutti i discorsi di meritocrazia, a cui si rischia di negare anche la pensione, quando verrà il loro tempo, è un fatto purtroppo verissimo, di fronte al quale occorre non solo interrogarsi per capire, ma anche impegnarsi ad agire per trovare qualche soluzione.

Tutto questo però non giustifica minimamente il ricorso alla violenza, e chiunque concede invece attenuanti o addirittura scusanti a queste azioni si rende complice di un pericoloso ritorno ai tempi in cui ragazzi di vent’anni si ammazzavano perché uno portava l’eskimo e l’altro la divisa.

Tornando a quel padre sarebbe anche il caso che facesse qualche approfondita riflessione, a prescindere dalle eventuali responsabilità nei fatti di Roma, sulla circostanza che a farlo individuare, come hanno riferito i carabinieri, sono state telefonate ad un fornitore di droga, che era intercettato.

Non vogliamo infierire in questo brutto momento su quella famiglia che si ritrova un figlio in carcere accusato di reati che comportano anni ed anni di prigione, ma forse l’ascolto che è mancato è stato proprio quello che si sarebbe dovuto sviluppare nella casa dove è vissuto.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna