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Manette e giustizia

di Gino Di Tizio

Parto questa volta da lontano.

La magistratura che indaga su Filippo Penati, ex presidente della Provincia milanese, che aveva richiesto le manette per l’uomo politico e che si era visto respingere dal Gip tale richiesta, ha rinunciato al ricorso al Tribunale del Riesame, dove doveva svolgersi l’udienza.

 

I pubblici ministeri che indagano hanno fatto sapere che sono cadute, dopo l’interrogatorio a cui Penati è stato sottoposto, le esigenze per una custodia cautelare.

Trovo questa notizia alquanto rassicurante, perché mi mostra una giustizia lontana da un uso forzato e persino spregiudicato delle manette, fatte scattare tante volte ai polsi dei malcapitati come mezzo di pressione per estorcere ammissioni e confessioni.

“Se parli esci dal carcere, altrimenti ci resti fino a farci le ragnatele”: non è, purtroppo, inusuale che si svolga un simile colloquio tra imputato e magistrato.

Si parlò, ad un punto della nostra storia non molto lontana, della Procura di Milano che aveva scelto la carcerazione facile per arrivare a colpire la corruzione, addirittura come un metodo, una procedura nata in quella regione.

Il fatto che ora arrivi dalla stessa zona, la Procura di Monza, un messaggio come questo, ripeto, mi appare decisamente apprezzabile e tale da restituire un po’ di fiducia nella giustizia.

C’è speranza che si capisca che gli arresti si fanno sono quando ricorrono davvero i presupposti di possibilità di reiterare il reato, di inquinare le possibili prove e quando esista il concreto pericolo di una fuga per sottrarsi alla giustizia.

E’ barbaro un uso diverso della carcerazione.

Come non è accettabile la condanna anticipata alla gogna mediatica che si infligge molte volte da queste parti, quando si fa di tutto per assicurare la presenza di fotografi e telecamere nel momento degli arresti, per non parlare poi della barbarie di offrire alla stampa le foto segnaletiche delle persone ristrette in carcere.

Tutto questo deve finire, in nome di una Giustizia degna della lettera maiuscola, che non si presti mai a spettacolarizzazione delle sue azioni, nel rispetto della tradizione del paese di Beccaria e soprattutto di tutti i cittadini.

Ho conosciuto un capo della mobile della questura  che considerava una sconfitta ogni volta che era costretto ad arrestare una persona, altri che invece ne facevano e fanno vanto, chiamando essi stessi i mezzi di informazione per avere eco delle loro iniziative, con i giornalisti che si prestano ad un modo di comportarsi che umilia innanzitutto la stessa giustizia.

Il segnale che arriva ancora una volta dalla Lombardia va  raccolto e meditato, anzi possibilmente seguito.

Con Mani Pulite dalla Lombardia partì una lunga stagione fatta di una lunga catena di manette, la speranza è che sempre da quella terra inizi ora un’altra stagione, fatta di rispetto delle leggi, ma anche dei cittadini e dei loro diritti, quantomeno di quelli di non finire nel tritacarne prima che sia emessa una sentenza di condanna.

E’ troppo chiedere questo?