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Non basta fare mucchio

di Gino Di Tizio

Domani il circolo del Partito democratico di Pescara Colli ha organizzato una assemblea che ha titolo che non si presta a interpretazioni o equivoco: “Non ci sono scuse: è il momento di cambiare”.

 

Che ci sia questa necessità di cambiamento crediamo sia un fatto accettato da tutti, da destra a sinistra dello schieramento.

Il punto è come cambiare.

Qui crediamo che ci sia enorme confusione nel mondo politico, perché l’impressione che si ricava non è che si sia davvero conviti che bisogna mutare atteggiamento e comportamenti, ma che si possa risolvere tutto cambiando il quadro politico.

Ne è prova l’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Massimo D’Alema, politico di lunghissimo corso e di grande esperienza.

D’Alema è convinto intanto che l’Italia può farcela, ma che “ha bisogno di trasformazioni coraggiose, profonde”.

Una buona partenza di analisi, ma qual è l’approdo finale?

La richiesta di “un’alleanza politica, sociale e culturale che aggreghi almeno il 60 per cento dell’elettorato”.

Elettorato ovviamente visto e misurato attraverso la militanza partitica, il che porta sempre D’Alema a dire, nella citata intervista, l’Ulivo a questo punto non basta più, e che quindi a Bersani, Di Pietro e Vendola bisogna aggiungere Casini e Fini, oltre a recuperare Rutelli per raggiungere quota 60 per cento di consensi.

Dall’Abruzzo, il segretario regionale del Pd Silvio Paolucci ha notato che per una volta questa regione è arrivata prima, perché il nuovo centrosinistra auspicato da D’Alema è già un fatto realizzato da queste parti per alcune sfide elettorali.

Già, ma è davvero tutto così semplice, al vertice e in periferia?

Basterà  mettere insieme i leader dei partiti citati, sia quelli nazionali che quelli locali per ottenere i consensi necessari a guidare il paese e gli enti locali?

La sensazione netta che avvertiamo è che tra i signori dei partiti, un po’ a tutti i livelli, si stenti a capire quanto forte sia il vento che spira contro un consolidato modo di interpretare l’impegno politico, inteso come lucrosa occupazione per tutta la vita.

Siamo portati anche a pensare che sia pura illusione quella di credere che possa bastare  mettere insieme le congreghe partitiche rappresentate dai soliti noti, senza produrre alcun radicale cambiamento, per ottenere il consenso necessario a governare.

Mettere insieme le sigle di partiti non crediamo, per dirla tutta, che possa bastare, soprattutto nel momento che stiamo attraversando, per raggiungere quel 60 per cento di consenso, da un elettorato probabilmente deluso come mai era accaduto in tanti anni di vita democratica, se non si presentano nomi nuovi e soprattutto programmi credibili.

Perché, senza questa svolta, i cittadini sarebbero autorizzati a pensare che nella politica italiana serva davvero a poco cambiare l’ordine dei fattori: il prodotto rischierebbe di essere sempre uguale. Ed è questo che i cittadini, giunti vicini al massimo della sopportazione nei confronti della politica, chiaramente non possono volere.
I partiti, nel pensare al futuro, tengano presente questa realtà, se non vogliono trovarsi di fronte a brutte, bruttissime sorprese.

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