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Ai politici andrebbe proibito l'uso della parola "scippo" a tutela dell'intero Abruzzo

di Gino Di Tizio

L'Abruzzo ha da scontare il grave peccato che ha commesso in un passato non lontano, quando, invece di moltiplicare pani e pesci per sfamare il popolo, fu protagonista, per colpa della sua classe politica, di un altro miracolo, assai poco evangelico: quello di moltiplicare enti e poltrone per soddisfare gli appetiti degli appartenenti alle varie consorterie partitiche.

Così siamo arrivati ad avere sei Ater, sei Asl e qualcosa come 35 ospedali, tra pubblici e privati.

Ovvio che non potevamo reggere, come regione, al carico di spese e che, volenti o nolenti, alla proliferazione di strutture e di incarichi si è dovuto mettere mano con tagli anche dolorosi.

Ma a questo punto è mancato e manca una presa di coscienza della situazione, proprio da parte della politica che ha creato i problemi che hanno pesato e pesano sui conti pubblici.

Invece di lavorare per mettere al centro gli interessi reali dei cittadini da amministrare, facendo scelte che rispettino al massimo possibile i diritti di tutti, ogni volta si grida allo scippo, e si organizzano barricate, alzando bandiere di becero campanilismo.

Sia chiaro che tenerci al proprio campanile, alla propria tradizione, ai propri diritti non è in sé un male, lo è quando scade nella chiusura totale verso tutto ciò che punta ad allargare i confini, per offrire all'Abruzzo la migliore soluzione possibile nel momento in cui si devono per forza di cose fare scelte che correggono gli errori e le forzature del passato.

Il neo presidente Marsilio ha un gravoso compito, a questo punto, per arginare spinte campanilistiche che purtroppo sono presenti, ma deve far di tutto per riuscire a cambiare le cose, se davvero vuole bene all'Abruzzo.

Cominciasse a proibire, intanto, ai componenti la sua maggioranza e soprattutto ai suoi assessori l'uso facile della parola scippo.

Sarebbe già un bel passo avanti per tutti.

tutti pazzi per la Civita

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