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Quando la giustizia appare disumana nelle sue valutazioni 

di Gino Di Tizio

La notizia, come è noto, è che il Gip del tribunale di Pescara su richiesta della ha condannato Alessio Feniello, papà di Stefano, il 28enne di Valva che perse la vita dopo una valanga di neve che rase completamente al suolo l’Hotel Rigopiano di Farindola, in Abruzzo, nel gennaio del 2017, a pagare 4550 euro di multa che potrebbero trasformarsi, se la multa non viene pagata, in detenzione in carcere.

L'accusa è di aver violato i sigilli apposti dall’Autorità Giudiziaria per delimitare l’area in cui si verificò la tragedia sottoposta a sequestro per portare fiori dove il figlio ha perso la vita.

Brutta, bruttissima storia, che non fa certo bene alla società civile, ma sarebbe sbagliato fermarsi alla indignazione o alle critiche al funzionamento della bilancia che consente queste situazioni.

Il punto che bisognerebbe affrontare una volta per tutte è quello di rendere più umana ed accettabile la stessa giustizia, intanto discutendo sulla obbligatorietà della azione penale, che porta a accusare e condannare Feniello, come è accaduto a genitori che causano la morte del figlio in un incidente o situazioni estreme che comportano la violazione di leggi giustificate ampiamente dagli accadimenti in corso.

Tocca quindi al legislatore recuperare alla giustizia quel tasso di umanità che spesso, come nel caso da cui si è partiti, latita e che invece dovrebbe essere alla base di una Giustizia vera, da scrivere sempre con la maiuscola.

tutti pazzi per la Civita

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