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Le incomplete analisi del Censis   

di Gino Di Tizio   

Il rapporto ha dimenticato il tempo feroce in cui l'odio generava tragedie con giovani uccisi perché indossavano l'eskimo o una maglia nera. 

"Se noi italiani adesso ci scopriamo cattivisti": è il titolo di una nota firmata da Dario Di Vico apparsa sul Corriere della Sera a commento del "Rapporto Censis" che, tra l'altro, mette in rilievo come siano "diventati normali opinioni e comportamenti che erano indicibili solo fino a qualche tempo fa".

Ed ancora: "Le diversità sono percepite come pericoli da cui proteggersi e la dimensione culturale della insopportazione degli altri sdogana ogni sorta di pregiudizi, anche i più passatisti".

Allarmante infine le prospettive finali perché gli italiani, messi di fronte a delusioni rispetto al cambiamento promesso da chi ci governa oggi, potrebbero diventare ancora più cattivi perché "sono pronti ad alzare ulteriormente l'asticella" "disponibili persino ad un salto nel buio".

Con tutto il rispetto dei i ricercatori del Censis trovo queste valutazioni non solo discutibili nel merito, ma carenti su un punto che ritengo fondamentale: non hanno memoria di quanto accaduto in questo paese non molti anni fa, quando era "normale" considerare un nemico addirittura da eliminare fisicamente chi indossava un eskimo o una maglia nera, chi salutava a pugno chiuso o a braccio teso.

Non si trattava allora di "insopportazione" ma di odio generato da cattivi maestri che oggi hanno addirittura spesso e volentieri spazi nelle nostre università.

Il problema allora ancora oggi non è il "cattivismo" che porterebbe gli italiani a non essere più "brava gente", ma quello di individuare gli attuali pessimi maestri e alzare al massimo l'asticella per evitare che facciano ancora male alla nostra comunità.

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