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Il caso dell'ex presidente della regione Abruzzo dovrebbe imporre attente riflessioni ai media   

di Gino Di Tizio

Dopo l'assoluzione ottenuta da Gianni Chiodi, ex presidente della Regione, per la vicenda che è andata sotto il nome di "rimborsopoli, ottenuta con la formula più ampia dai giudici, ha dichiarato tra l'altro, dopo aver giudicato devastante l'esperienza subita e aver criticato lo scarso rilievo dato dalla stampa alla assoluzione:

«Basterebbe avere, almeno, lo stesso trattamento. Invece, accanto a un’eccessiva leggerezza degli inquirenti, esiste anche un’eccessiva leggerezza dei media.

Il risultato non è solo il danno personale, ma anche il discredito che si getta sull’intera classe politica, l’intera classe dirigente.

Così si mette tutti nello stesso mazzo: tutti ladri, tutti delinquenti, tutti collusi.

Questo crea un clima di sfiducia nel paese».

Chiodi ha parlato di "leggerezza", ma credo che si tratti di qualcosa di diverso e di più grave: i media troppe volte si prestano ad essere acritici megafoni delle procure e degli inquirenti, emettendo sentenze alla gogna non previste da alcun codice.

Anche nel caso di cui si parla i giudici alla fine hanno assicurato giustizia, in tempi lunghi ma purtroppo fisiologici nel nostro sistema giudiziario.

Ciò che non si può cancellare più è la gogna subita, con i suoi effetti devastanti.

E di questo chi fa il mio mestiere dovrebbe prendere atto per regolarsi per il futuro. Come?

Forse è assai più semplice di quello che si crede: dando valore certo al dettato costituzionale che vuole innocente un cittadino fino a sentenza definitiva e regolarsi di conseguenza di fronte a avvisi di reato e a indagini in corso.

Insomma smettendo finalmente il ruolo di megafono dei vari palazzi del potere.

Ci si arriverà mai?

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