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La giustizia e la verità virtuale

di Gino Di Tizio

”La nostra pronuncia di assoluzione (di Amanda Knox e Raffaele Sollecito) è il risultato della verità che si è formata nel processo.

Ma la verità reale può essere diversa, loro possono essere colpevoli, ma non ci sono le prove”.

Sono parole pronunciate dal presidente della Corte d'Assise d’appello di Perugia Claudio Pratillo Helmann, che ha letto la sentenza che ha mandato totalmente assolti i due giovani, liberandoli dal carcere dove erano finiti quattro anni prima, dopo la  pesante condanna subita in primo grado, quando vennero riconosciuti colpevoli dell’assassinio di Meredith Kercher.

Confesso subito che ho provato inquietudine a leggere queste dichiarazioni, e per più motivi.

Il primo è che mi fa paura una giustizia che condanna ed assolve in nome di una verità virtuale, che -come dice il giudice che ha assolto la Knox e Sollecito- può essere diversa da quella reale.

Poi c’è da considerare davvero con terrore che in nome di quella verità, che può essere slegata dai fatti accaduti al punto da snaturarli e offrire letture addirittura capovolte degli eventi, si può finire in carcere e restarci anni, da innocenti.

Come non può non far nascere preoccupazione che assassini possano tornare in libertà senza pagare per quanto commesso, perché nella fase processuale non si sono “formate le prove”, magari per cavilli presenti nel codice che hanno impedito di esplorare tutti gli angoli rimasti bui di una vicenda penale.

Capita anche questo in un sistema giudiziario dove la forma diventa sempre sostanza e quindi sbagliare qualche virgola può portare ad annullare addirittura atti, a prescindere dal loro effettivo valore per formare le prove necessarie al giudizio.

Certo, mi si dirà che la giustizia vera non risiede in terra, ma può soddisfare le aspettative dei cittadini affidarsi solo al trascendente?

Il processo di Perugia, con la sua grandissima eco mediatica, ha messo a nudo, se ci si riflette, situazioni che una società civile non dovrebbe poter tollerare.

Non dovrebbe farlo soprattutto un paese che si vanta di aver offerto la culla al diritto.

Non entro nel dibattito pro e contro l’innocenza dei due ragazzi, Amanda e Raffaele, perché condivido, questa si, un’altra dichiarazione del giudice Pratillo Helmann nel punto in cui ha lamentato come ormai accade, per colpa delle “trasmissioni che ricostruiscono le scene del crimine, che tutti senza conoscere le carte possano parlare dei processi”.

Ha poi aggiunto: “Eravamo un popolo di allenatori di calcio, stiamo diventando tutti giudici”.

Non entro, ripeto, in quel dibattito, ma da quanto accaduto a Perugia trovo spunto per lanciare una volta di più, con tutta la veemenza possibile, una lancia contro la barbarie della carcerazione preventiva, soprattutto quando si tratta di processi dove non esistono prove certe, ma solo indizi che possono formare quella verità virtuale che poi può portare a sentenze contrarie alla realtà.

Se fosse servito a richiamare tutti su questo aspetto della nostra giustizia la sentenza di Perugia andrebbe salutata come una fatto positivo, proprio per aver messo il dito su piaghe esistenti ma sempre ignorate.