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IL “DISGUSTO” DEL PASTORE

di Gino Di Tizio

 L’omelia con cui l’arcivescovo di Chieti e Vasto monsignor Bruno Forte ha strigliato il mondo politico ha generato, come era scontato, molti commenti.

“Ho provato disgusto anche io per una politica che, a livello nazionale, non dà le giuste risposte”, sono state le sue parole, seguite dall’invito a mettere in campo “coraggio, forza e impegno per mettere il bene comune al primo posto”.

Per il teologo “serve un sussulto morale e un risveglio che porti finalmente i bisogni concreti dei cittadini al centro dell’attenzione”.

Cittadini che non possono più, per Forte, “stare a guardare”.

“Chi può si impegni attivamente, investa le sue energie, anche per la competizione politica”.

Parole pronunciate da un altare, e discutendone non andrebbe mai trascurato questo aspetto, per distinguere bene le cose.

Vale a dire per capire che non si è trattato di un comizio politico, ma di un richiamo del pastore al gregge che vede smarrito e confuso.

Per colpa di chi?

Da dove nasce il disgusto?

Inizia dai comportamenti privati del premier Berlusconi, di cui si stanno occupando le procure, e lì  finisce?

Oppure il “disgusto” riguarda l’intera casta politica?

Non sono interrogativi da poco, perché servono a dare la giusta lettura alle parole dell’arcivescovo, sottraendole alle facili strumentalizzazioni.

A monsignor Forte non mancherà certo occasione per chiarire meglio la sua posizione e il suo messaggio.

Per noi ce n’è bisogno, soprattutto nella parte in cui chiama alle armi i cittadini che non possono più solo stare a guardare.

Come pensa, il monsignore, che persone di buona volontà possano entrare nella “competizione politica”?

Sotto quale bandiera?

E con quali programmi?

Sarà ancora lui a indicare strada e traguardi?

E non rischia di invadere campi che non gli competono?

Tante domande, forse troppe, ma crediamo necessario porle per capire bene la situazione che si è creata.

Per dirla tutta non ci convincono gli applausi che puzzano lontano un miglio di ipocrisia di una certa parte politica, e nemmeno siamo d’accordo con le critiche di chi vorrebbe che un sacerdote si limitasse a dire messa e dare i sacramenti.

Nessun dubbio che il pastore di anime debba predicare sempre, al mondo di chi crede, i valori morali, la solidarietà e la correttezza di comportamenti, ma se entra nella sfera politica non può, come ha lamentato il senatore Fabrizio Di Stefano, fare di “tutt’erba un fascio”, e nemmeno ha torto il giovane segretario del Pd Silvio Paolucci quando afferma che gli sta bene “prendere lezioni” ma contesta a monsignor Forte e al cardinale Bagnasco di essersi mossi in ritardo.

Anzi nella omelia dell’arcivescovo di Chieti - Vasto  e nel discorso del cardinale Bagnasco, Paolucci vede “una oggettiva novità”, vale a dire che fino a ieri la chiesa è stata omissiva, se non addirittura compiacente. 

Da queste reazioni del mondo politico si capisce qual è il vero rischio che si corre: quello di veder  trascinata la chiesa su terreni melmosi che non le appartengono.

Sarebbe un inquinamento pericolosissimo anche per la comunità civile, perché renderebbe assai più difficile ogni tentativo di bonificare quel terreno melmoso in cui purtroppo e non da oggi è precipitata la politica.

E non crediamo che con la sua omelia Bruno Forte volesse questo.

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