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Una vicenda che apre molte riflessioni sul rapporto tra politica e giustizia

di Gino Di Tizio

L'ex procuratore della repubblica di Pescara Nicola Trifuoggi, indagato all'Aquila insieme al figlio e ad altri, dopo aver detto di non aver ricevuto alcun avviso dalla magistratura ha anche affermato testualmente su quanto gli sta accadendo: “È legata alla mia candidatura? Sicuramente sì, - sono le sue parole - ne sono certo.

Me lo aspettavo perché so che da un anno si prepara un dossier su di me, per screditarmi. Inoltre, di recente un consigliere comunale di minoranza è venuto a informarmi, dissociandosi, che un’altra forza politica cercherà di maciullarmi sulla mia onorabilità.

Io comunque vado avanti”.

Non entro minimamente nella vicenda giudiziaria, che peraltro sembra sia stata avviata sulla strada che porta alla archiviazione, ma su altri aspetti di questa vicenda che meritano riflessione.

Al dottor Trifuoggi, una volta che si è trovato dall'altra parte della barricata, è toccato quello che capita a tanti cittadini: sapere di essere inquisito dagli articoli dei giornali. Primo punto, non da sottovalutare, perché chiama in causa coloro che danno queste notizie prima ancora che arrivi all'interessato, poi c'è altro: l'uso politico delle iniziative giudiziarie, fatte dagli stessi protagonisti della vita partitica del Bel Paese.

Trifuoggi è sicuro di essere rimasto vittima di un complotto che evidentemente ha sfruttato proprio quel contorto rapporto che si è creato tra politica e magistratura.

Con l'obbligatorietà dell'azione penale, prevista nel nostro codice.

Basta una denuncia per mettere in difficoltà il politico di turno, avversario e compagno scomodo che sia nella corsa ad una poltrona ambita.

Tutto questo non sarebbe possibile se finalmente si arrivasse a rispettare fino in fondo non solo la presunzione di innocenza, ma anche il significato che dovrebbe avere una notifica che si dice "di garanzia" per l'imputato.

C'è poi la considerazione, sempre valida, che tutto ciò che è penalmente rilevante non sempre lo è per chi fa politica.

Ad esempio classico: un pubblico amministratore condannato per aver partecipato ad una manifestazione di protesta non autorizzata non può essere messo sullo stesso piano di chi ruba denaro pubblico.

Insomma è il momento di lavorare, tutti, politici, giornalisti ed anche magistrati, perché si affermi sempre di più una nuova cultura della giustizia, a tutela vera dei cittadini di questo Belpaese.

tutti pazzi per la Civita

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