L’omicidio “per caso” di un pregiudicato
di Gino Di Tizio
Angelo Ciarelli, accusato di aver sparato il colpo che ha ucciso a Rancitelli il 42enne Roberto Cagnetta, da quanto hanno riferito gli stessi inquirenti, non aveva alcuna intenzione di ammazzare, ma la dinamica di quanto avvenuto lascia francamente sbigottiti ed allarmati.
Se tutto dovesse risultare accertato, infatti, sarebbe accaduto che due clienti del mercato della droga che abitualmente si svolge nella zona, malgrado le frequenti retate che gli organi di polizia effettuano, avrebbero pagato per la loro dose non il prezzo stabilito, che era di 70 euro, ma 10 euro in meno.
Sarebbe stato questo tentativo di risparmiare quei pochi euro a originare il fatto di sangue.
I due acquirenti avrebbero cercato di allontanarsi senza pagare la differenza e Ciarelli avrebbe sparato per cercare di fermarli, colpendo incidentalmente lo sventurato Cagnetta che, insieme ad altri, stava cercando anche lui di fermare la vettura con la quale i due cercavano di fuggire.
Questa la ricostruzione, che va poi completata con il tentativo di confondere le cose effettuato da parenti e amici del Ciarelli, con vere e proprie azioni di depistaggio, tra le quali andrebbe inserita anche la rissa scoppiata subito dopo l’arrivo della polizia.
Un quadro che mostra una zona della più grande città d’Abruzzo che sembra fuori dal contesto civile, dove non solo si spaccia in pieno giorno, ma dove per dieci euro non dati si arriva ad esplodere colpi di pistola, arma che poi addirittura potrebbe essere la calibro 38 che ha già ucciso Domenico Rigante.
A questo punto non va dimenticato che due mesi fa Pescara ha vissuto la tragedia di un altro omicidio, per il quale è accusato un altro componente della famiglia Ciarelli.
Ora si ipotizza, torniamo a dirlo, che la pistola che di nuovo ha ucciso, potrebbe essere la stessa usata in occasione del primo omicidio.
Ma se risultasse vera questa circostanza, sorgerebbero inquietanti interrogativi sulla efficacia stessa dei provvedimenti assunti dopo quel primo gravissimo episodio di violenza.
Possibile che un esponente della famiglia Ciarelli girasse ancora armato, e con la pistola che, in ipotesi, potrebbe essere la stessa che ha tolto la vita a Rigante?
Saremmo ad un livello di pericolosità, se questa circostanza fosse confermata, ben oltre ogni limite accettabile e chi parla a Pescara di emergenza criminalità avrebbe pieno diritto di farlo.
Per questi motivi l’ ultimo episodio di sanguinosa violenza va chiarito fino in fondo, anche negli aspetti che possono apparire marginali, rispetto all’uccisione di un uomo.
Quella rissa scoppiata, ad esempio.
Fosse vero che sarebbe stata una messa in scena allestita all’arrivo della polizia per consentire di depistare le indagini, sarebbe fatto di estrema gravità, che dimostrerebbe come a Pescara ci siano zone fuori dal controllo di legalità e darebbe forza ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni civiche e da semplici cittadini.
Giacomo Cuzzi, esponente del Pd, dopo aver sostenuto che il problema della sicurezza deve essere prioritario nell’agenda di tutti i partiti ha scritto: “La politica ha il dovere di accendere i riflettori sulle zone difficili non per fare passerelle o speculazioni elettorali ma per far si che le cose possano cambiare nell’interesse dei cittadini”.
Condividiamo, e aggiungiamo che di fronte a situazioni da allarme rosso per la città e il suo circondario non è più tempo di parole, ma di azioni concrete e decise.
Quelle che i cittadini attendono.



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